Welcome to the Junckies’ Wood

Lo sento. Rimbomba scostante all’interno del mio orecchio. Segue un ritmo tutto suo, infastidito dal tempo che le pedalate cercano di dettargli

E’ il mio cuore che batte, forte, sempre più forte, mano a mano che la salita diviene più ripida. Infinite, le gocce di fatica che imperlano il mio corpo, e dimostrano lo sforzo che sto compiendo. Tutto ciò, però, mi ricorda che sono viva. Ancora. Oggi mi pare quasi stupido sottolinearlo, ma fino a nove mesi fa era tutto altro che scontato. Guardo attorno a me, e vedo solo alberi, stretti gli uni agli altri, come intimoriti dall’idea di potersi perdere. Questo luogo sarebbe stato perfetto, nessuno mi avrebbe mai trovata, sorrido amaramente tra me e me, e cercando di non suonare troppo nostalgica mi giro verso la ragazza che è venuta con noi e la rendo parte della mia storia. Mi guarda incantata, in un misto di curiosità, rispetto e doveroso timore. Credo sia l’unica che mi abbia mai guardato in quel modo, e questo mi fa stare bene, mi sento al sicuro, so che capirà. E allora inizio a parlare. Poi il silenzio. Tra un respiro spezzato, e l’altro, Lo sento. Cazzo. Questo è odore di erba. È la prima volta che mi capita da quando sono alla fattoria, la Comunità norvegese in cui sto facendo il mio percorso, ed il mio corpo, prontamente, si mette in stato di allerta. Primo istinto: girare la bicicletta in direzione dell’inebriante scia, e seguirla, fino a quel mondo incantato da cui cerco di uscire con ogni particella del mio corpo, ma che è a tal punto calamitico da riuscire ad attrarmi nuovamente con la sola forza di un soffio. Non sono l’unica ad averla avvertita, perché non appena mi volto lo vedo, quel sorriso ingenuo, dipinto sul suo viso, che stona immensamente con il terrore che invece si è impadronito dei suoi occhi, quegli immensi occhi che sono in grado di donarti tutto ciò di cui hai bisogno. È stato sufficiente. Era quello di cui avevo bisogno. Ora sono più sicura che mai, e ridendo, spontaneamente, mi svincolo ancora un po’ da quell’opprimente legame che mi legava al mondo delle meraviglie.

Asia
Tratto da “Sanpanews – Voci per crescere” n° 75 – dicembre 2022

Versando l’ultima lacrima

In un giorno che chiunque potrebbe definire qualunque, vedo qualcosa che forse avrei sempre voluto vedere

Versando l’ultima lacrima, vedo una nuvola diversa dalle altre per forma e colore. Decido di seguirla perché una nuvola così non è una cosa che si vede tutti i giorni. E poi c’è sempre lo spettro della notte fonda che si aggira reclamando nuove lacrime innocenti, anche se le mie tanto innocenti non sono. Comunque il colore è il più bello che si possa vedere nei cieli, con quelle rifrazioni opaline multicolori che noi uomini non sapremmo creare. Anche la forma è particolare, soffice e rotonda quanto la perfezione di una Venere richiede, con labbra carnose che formano un sorriso insieme celeste e volgare, un misto tra un’aurora boreale e una ballerina di avanspettacolo che ti ruba anche l’ultimo dei pensieri. Quindi mi tocca accelerare, col di lei sorriso davanti e la Notte Fonda che congela i miei ultimi passi e i talloni, di poco in posizione arretrata rispetto al resto del corpo e che saranno i primi ad essere catturati. Non è una vita facile date le insidie che il Terreno mi ha preparato, mal celando l’annosa inimicizia nonché l’annoso sodalizio con la Notte Fonda, ma non importa perché quanto più alzo il naso, tanto più sento l’esotico calore che rinnova il suo aiuto aumentando e moltiplicando all’ infinito i suoi colori, mentre le labbra si muovono e suggeriscono di aumentare ulteriormente il passo, a cui obbedisco quasi correndo. Le code dei miei occhi riescono a veder morire il giorno sotto i colpi della notte che avanza e sotto i piedi ormai bruciati dal gelo scorrono sterpi e cristalli, e i piccoli animaletti che saggiamente si sono messi al riparo, guardano questa corsa contro il tempo che vede la Notte Fonda, affamata di tutto, lanciare le sue reti in avanti. La nuvola ora sfodera tutto il suo arsenale, con lingue di fuoco rosso vivo che escono dalla bocca deflagrante, in un disperato tentativo di aiutarmi, mentre corro, puntando al cielo, bruciato dal calore e dal gelo di qualcosa che continua a cambiare. Le fiamme si stanno spegnendo e le labbra, ormai del tutto serrate, segnano una seriosa battuta d’arresto per quel cuore che anche se stupito, cerca ancora di battere qualche colpo, come se facesse il massaggio cardiaco a se stesso. E io, uomo freddato dalla Notte Fonda, porto ancora negli occhi e nel viso il ricordo indelebile di un amore soffice e rotondo quanto la perfezione di una Venere richiede.

Fedsca
Tratto da “Sanpanews – Voci per crescere” n° 68 – maggio 2022

Quella piccola finestra di legno

Sono le 11.45. Apro gli occhi, guardo fuori dal finestrino e vedo che sotto di me c’è un lembo di terra che costeggia il lago Vittoria. Mancano circa venti minuti all’atterraggio. L’aereo sta iniziando a scendere. Sudo, mi fanno male le gambe, avrei bisogno di stenderle, ma i sedili sono troppo attaccati. Ho lo stomaco vuoto, è da ieri che non mangio, mi sento debole

Fra poco arriverò a Entebbe: si trova in Uganda. Io sono originaria di lì. Il mio villaggio dista un bel po’ di chilometri dall’aeroporto, penso che noleggeremo una jeep per arrivarci. Questa è l’ennesima volta che mia madre decide di mandarmi dai miei parenti: succede quando non riesco a disintossicarmi da sola. Nella clinica dove sono stata prima di partire le hanno consigliato due cose per farmi riprendere: o una comunità terapeutica o un’esperienza forte. Solo così sarei riuscita a smettere una volta per tutte. Secondo i miei, era meglio la seconda ipotesi: cosa poteva esserci di più forte se non qualche mese in un villaggio dell’Uganda? A me alla fine andava meglio, non vedevo l’ora di starmene lontana da casa per qualche mese! In più sono sempre stata molto legata alla mia terra, mi sentivo più a casa lì che con i miei. Mia madre non ha mai portato avanti la tradizione africana in casa ma, nonostante ne abbia sempre sofferto, non riesco ancora a fargliene una colpa; solo mia nonna lo faceva, raccontandomi vecchi aneddoti e ripresentandomene tutti i giorni gli usi e i costumi. D’altronde, lei fu la prima donna di colore ad andare in giro per Firenze con gli abiti tipici del nostro villaggio! Abuoli – il suo nome dell’anima – non si è mai vergognata delle nostre origini. Ed è per questo che l’ho sempre stimata. Adesso sono le 16.30. Finalmente siamo arrivati al villaggio. Il viaggio non è stato dei migliori, la strada dissestata mi ha provocato ancora più dolori alla schiena di quando sono partita. Eccoli tutti lì ad aspettarmi, saranno una cinquantina di persone. Mi vengono incontro, non capisco molto di quello che mi sta succedendo intorno. Ho caldo, vorrei solo stendermi sul letto e dormire. E invece mi guardo in giro: tutti quei colori, quegli abiti stupendi, è pieno di bambini che urlano e ridono intorno alla mia jeep, gente da ogni parte che mi offre frutta. Mi stavano aspettando! Passano i giorni, e scopro che lì gli psicofarmaci posso averli pagando. Splendida notizia. Ma l’astinenza si sta facendo sempre più forte. Non riesco nemmeno a scendere dal letto, non so come fare a procurarmeli. Cosa m’invento adesso? Panico. L’unica cosa che posso fare è mettermi a letto e vedere se riesco a stare meglio. Chiudo un attimo gli occhi ma vengo svegliata da rumori. Chi sono tutte queste persone che vengono verso la mia capanna ridendo? Mio cugino si avvicina al letto e mi fa sapere che nel giro di qualche ora verranno a trovarmi parenti da tutta l’Uganda. Hanno saputo del mio arrivo, hanno lasciato tutto e sono partiti. Qui sono fatti così. La famiglia sopra ogni cosa. Richiudo gli occhi, mi addormento di nuovo. Li riapro. Mi trovo accerchiata da una trentina di persone, gente che fa avanti e indietro dalla mia stanza, lasciano cose, mi accarezzano le mani e la faccia, mi baciano. Io però sono bloccata, inerte, in un bagno di sudore. Mi addormento, esausta. Non ho più molti ricordi dei giorni a venire, so solo che ho passato circa un mese chiusa lì dentro. Riflettendoci, sono stata catapultata in una realtà completamente differente dalla mia, dove i miei parenti, senza nemmeno conoscermi, hanno subito accettato me e la mia condizione, non facendomi mancare cure e attenzioni. Io l’astinenza l’avevo già provata, ma stavolta quella da Fentanyl era stata veramente forte. Le poche volte che riuscivo ad alzarmi dal letto, sentivo e vedevo tutto da quella piccola finestra di legno: bambini che si rincorrevano ridendo, scalzi e sporchi, donne che cucinavano pollo e riso su grandi fuochi e uomini che facevano avanti e indietro con grandi cestini di viveri. Sulle loro facce, nonostante non avessero niente, non ho mai visto segnali di scontento. Io invece, abituata ad avere tutto, ero ridotta a stare in unletto, non riuscendo a godere di tutto quello che avevo. Tutta quella situazione mi faceva soffrire: da una parte ero contenta di essere lì, con la mia gente. Dall’altra, invece, mi pesava non essere lucida, mi faceva stare male. Ho sempre cercato di fare da ponte tra la cultura italiana e quella africana, ma la condizione in cui ero non mi aveva permesso di entrarci in contatto. Ora sono a San Patrignano, da circa un anno e mezzo: l’ultima volta che mi hanno messo davanti ad una scelta, non ho scelto l’Africa ma la comunità. Adesso sto meglio, ma la mia testa non fa altro che pensare a quell’esperienza: e vengo inondata da una grande malinconia. Avrei potuto prendere tanti spunti dalle persone che ho conosciuto in quei mesi: quelle persone amano la vita, basta un niente per farli sorridere, e non sanno cosa vuol dire la parola giudizio. Nel villaggio non esiste il diverso, c’è unione, siamo tutti una grande famiglia. Lì ho trovato una solidarietà e un amore mai visto prima, ma la cosa più importante è che ho respirato la libertà di poter uscir fuori senza dovermi curare del giudizio degli altri. Tutto questo, fino ad allora, non l’avevo mai provato. Ho passato tutta la mia infanzia a scontrarmi con i pregiudizi e con il peso di avere un colore della pelle diverso dagli altri; non riuscivo a capire le mie origini, non mi sentivo né italiana né africana, e questo mi ha portato a soffrire sempre di grandi crisi d’identità. Dentro di me ho sempre sentito un grande vuoto, che negli anni non sono mai riuscita a colmare se non con la droga e con l’alcool. Non sopportavo più la realtà che mi circondava. E tutte le volte che mi ripromettevo di smettere, al rientro dall’Uganda, la sostanza tornava con prepotenza a fare da padrona. I ricordi di tutti quei viaggi erano sempre più vividi ogni volta ma non abbastanza forse da farmi cambiare la mia visione di vita: io, infatti, al contrario della mia gente, la mia vita la odiavo. Ma ora è tutto diverso.

Valentina
Tratto da “Sanpanews – Voci per crescere” n° 71 – agosto 2022

Odio quello che vedo

‘’Faccio schifo”, ho pensato. Qualunque cosa indossassi mi faceva sentire una balena. Mi sono spogliata e ho provato una maglia bianca con delle scritte, era di qualche anno fa e mi stava stretta. Mi sono pizzicata i fianchi, ho pensato “devo dimagrire” e mi sono tolta la maglietta. Ho provato il vestito che mi aveva regalato mia madre qualche settimana fa, la fantasia floreale arrivava sopra alle ginocchia. Mi sentivo stupida. Ho sfilato il vestito e l’ho lanciato in un angolo dell’armadio. Sono rimasta in mutande e reggiseno davanti allo specchio appeso sull’anta, le cosce sfregavano tra di loro, la pancia leggermente gonfia. Ho sentito una stretta allo stomaco. Non ci vado, ho pensato. Sarei dovuta andare alla cena di classe, con tutti i miei compagni. Mi sembrava sempre che tutte le altre fossero perfette, io quella sbagliata. Ho continuato a fissare lo specchio, mi vergognavo molto del seno, alle medie mi chiamavano tavola da surf o ragazzino. Avevo cassetti pieni di reggiseni push-up che imbottivo con cotone e carta igienica. Un giorno la madre di un compagno mi aveva invitata in piscina, ho rifiutato per la vergogna di mettermi in costume oltre al disagio che provavo a stare in mezzo alle persone. Ho provato una gonna lunga e un top nero, gli occhi umidi e un pizzicore al naso. Mi sono distesa sul letto e ho aperto Instagram, sulle stories ho visto che alcune delle mie compagne erano già assieme in centro, le sigarette in mano. Non mi hanno mai invitata, ho pensato. Ho spento il telefono e mi sono alzata, ho sfilato la gonna e il top. “Potrei inventare che sono stata in contatto con uno positivo al Covid”, ho pensato. Sono andata in doccia, il vapore dell’acqua bollente mi faceva respirare in modo affannato. Ho chiuso il getto e mi sono seduta per terra, le ginocchia al mento, i capelli bagnati appiccicati sulla schiena. Sono rimasta in silenzio, la testa bloccata, non riuscivo a pensare. Un groppo alla gola, non mi uscivano nemmeno le lacrime. Ho messo la maniglia verso la parte fredda e ho aperto l’acqua, il respiro bloccato. Sono stata sotto il getto gelido finché non ho sentito la testa girare. La sensazione di essere andata contro me stessa mi ha fatta sentire forte, almeno per qualche minuto. Ho messo l’accappatoio e mi sono guardata allo specchio, il mascara sbaffato. Ho strofinato il viso con l’asciugamano e ho asciugato i capelli, poi sono passata al trucco, senza togliere la sfumatura nera sotto agli occhi. Odiavo la mia faccia. Nonostante gli strati di fondotinta, i tre diversi tipi di mascara e le linee grosse di matita nera, trovavo sempre altri difetti da dover nascondere. Sono tornata verso l’armadio, ho optato per dei pantaloncini in jeans e il top, come le compagne su Instagram. “Non guardarti allo specchio”, ho pensato. Ho deglutito la saliva e sono uscita dalla camera. «Mamma andiamo, non voglio arrivare tardi». Sono scesa dall’auto, il ristorante davanti a me. «Divertiti», ha detto mia madre. Ho chiuso la portiera e ho raggiunto l’entrata. Ho visto il mio riflesso sulla porta a vetri, mi sono bloccata, poi ho indietreggiato. Mi sono allontanata dal locale, ho continuato a camminare durante il tramonto, fino all’arrivo del buio. Ho aperto il telefono e ho scritto a mia madre di venirmi a prendere perché la cena era finita. Sono tornata verso il ristorante per aspettarla. Come è andata? Ha chiesto mia madre una volta salita in macchina. Bene, ho detto. Ho alzato il volume della radio e ho guardato fuori dal finestrino, trattenendo le lacrime.

Luna
Tratto da “Sanpanews – Voci per crescere” n° 72 – settembre 2022

Una buona scusa

Nella mia vita ho incontrato persone diverse tra loro. Irascibili, violente. Persone “che non sapevano stare al mondo”. Ho incontrato anche persone dolci, educate. Ho sempre guardato gli altri chiedendomi quale fosse il modo giusto di stare al mondo. Come devo essere, per andare bene?

Me lo sono sempre chiesto, fin da quando ero piccolo, e purtroppo mi sono trovato tante volte a paragonarmi, a invidiare il “bello” degli altri. Accorgendomi poi delle ombre di ognuno di loro. Ci sono ragazzi che con il loro modo di fare ti coinvolgono, con cui riesci sempre a parlare di qualcosa. Talvolta li ho ammirati, restando in disparte. Eppure, guardandoli bene, mi accorgevo che non mi ascoltavano. Erano ragazzi troppo popolari e importanti, per preoccuparsi di uno come me. L’odio e l’invidia mi ha sempre portato ad allontanarli, a non vedere che forse anche loro avevano paura di restare soli. In realtà io odiavo tutti. Soprattutto quelli che consideravo i ‘mediocri’. M 23 Ero sempre quello che faceva casino. In qualche modo tutti si ricordavano della mia presenza, anche se non stavo simpatico a tutti. Crescendo ho fatto tanti sbagli, tanti passi in diverse direzioni, che mi hanno portato ad essere tante versioni di me. Ho provato a non farmi notare, con persone più ‘forti’ di me; molte volte sono anche stato quello figo, anche a costo di fingere, facendo cose di cui non vado fiero. Ho interpretato varie forme di Federico ma non stavo bene in nessuna di queste. Anzi, qualche volta proprio per questo, mi sono convinto di non avere una personalità vera, di non essere nessuno. Anche se sono arrivato a toccare il fondo, a pensare che non fosse importante vivere, ho sempre guardato con attenzione gli atteggiamenti che ognuno adottava. “Possibile mai”, mi chiedevo, “che riescano tutti a vivere questa stupida vita? Perché a me sembra tutto così vuoto?”. Ogni persona trova un suo modo di vivere, prendendo ‘pezzi’ da altre persone e incollandoseli addosso. Ognuno si propone al mondo come se sapesse esattamente come vivere e come essere. Ma in fondo tutti sappiamo che non è vero. Abbiamo tutti paura di non andare bene. Gli scontrosi, gli irascibili e le persone dolci. I pazzi e il loro modo di vestire, i tipi snob e il loro modo di provocare, per vedere se sai stare al gioco. Ho conosciuto migliaia di persone da quando sono nato, ho ‘indossato’ le loro storie, i loro meccanismi di difesa e le risposte che si sono dati. Oggi so chi sono, chi posso essere, chi voglio diventare, e non mi sembra neanche più così importante. Quello che invece mi affascina è vedere quanto siamo deboli e dolci. Perché in fondo, seppur diversi, cerchiamo tutti la stessa cosa: qualcuno che ci voglia bene, che ci riconosca. Un motivo per stare insieme, che ci leghi ad un posto dove ci sono altre persone. “Sto qui non perché devo, ma perché ho voglia e bisogno di stare con voi”. Quante persone farebbero di tutto pur di stare con qualcuno? Quanti ragazzi si fanno del male, perché non vengono accettati? Quanti di loro si allontanano da tutti, dicendo che “non hanno bisogno di nessuno”? Quante persone si fanno andare bene situazioni sbagliate, scelte autodistruttive? Purtroppo facciamo fatica a dire ad alta voce le frasi più belle del mondo. “Vuoi essere mio amico?”. “Ti chiamo perché mi manchi, perché voglio sapere di te, anche se non ci sentiamo mai”. “Vorrei avere una scusa per stare con te”. Perché non serve nient’altro ad ognuno di noi, che una ‘buona scusa’ per stare insieme.

Fred Tosse
Tratto da “Sanpanews – Voci per crescere” n° 67 – aprile 2022

Mai lontano da me stessa

Sento rumori in lontananza, mi stropiccio gli occhi, ho la vista un po’ offuscata. Ci metto un po’ prima di mettere a fuoco. Intanto mi giro sull’altro fianco. Ogni giorno mi sveglio sempre più stanca di quando mi sono addormentata. Al mio fianco, sdraiato sul prato, c’è un ragazzo che conosco da meno di una settimana

L’ho incontrato mentre stavo andando ad un centro sociale. Non stiamo insieme, ma in questo momento siamo indispensabili l’uno per l’altra. Abbiamo bisogno di sicurezza e di protezione. Gli prendo il braccio per controllare l’ora. L’orologio segna mezzogiorno. La gente normale a quest’ora prepara il pranzo, torna a casa dal lavoro, freme sul banco perché inizia l’ultima lezione della mattinata. Mentre io mi sono appena svegliata e l’unico mio obiettivo è quello di procurarmi i soldi per una dose e andarmi a fare il prima possibile. In realtà oggi questo pensiero passa in secondo piano. Ci guardiamo intorno e siamo circondati da transenne che delimitano quel pezzo di terra erbosa di quello squallido parchetto in cui avevamo dormito quella notte. Sono troppo confusa. Possibile che non mi sia accorta di nulla? Proprio io che vivo continuamente in uno stato di paranoia e in allerta costante. Evidentemente ero troppo fatta. Alzo lo sguardo. C’è tantissima gente, un sacco di turisti, più del solito. Alla mia destra, dall’altra parte della strada, c’è un’impalcatura enorme, tutta colorata di rosso. ‘Ironman Italia’. Ma che è sta roba? Fino a ieri sera non c’era nulla! Provo a svegliarlo. Non dà segni di vita. Lo guardo, è pallido. Lo sono anche io, nonostante sia estate. Continuo a chiamarlo, voglio andare via, sparire da lì il prima possibile. Ci sono cani dappertutto, forse della Digos. Non posso lasciarlo lì. ‘C. svegliati! Ci sono cani e polizia’. Si alza di scatto con gli occhi sgranati e le occhiaie nere. Con un gesto meccanico si tocca le tasche dei pantaloni per controllare se c’era ancora tutto, per poi prendere il nostro piumino e infilarlo come quando rifai il letto. Usciamo dalle transenne e iniziamo a camminare a passo spedito. Tengo gli occhi bassi, mi conforta di più guardare il marciapiede che lo sguardo dei passanti. Il mio passo è veloce, sto quasi correndo. Mi illudo di poter fuggire da quello che sono diventata. In realtà so molto bene che sarei potuta andare dovunque con chiunque, ma mai lontano da me stessa e da tutti gli spettri che continuavano a perseguitarmi.

Elena
Tratto da “Sanpanews – Voci per crescere” n° 70 – luglio 2022

Lacrime di gioia

Venerdì sono andata a trovare mia sorella, dopo cinque mesi di lontananza. Oggi è domenica e ancora non riesco a spiegare cosa sento. Se provo a tirare fuori parole escono solo lacrime, piango di continuo. Non ho mai provato un groviglio di emozioni simile a quello che mi riempie il petto in questo momento: sono tutte nuove e diverse tra loro. Cerco di razionalizzare, ma non riesco a raccontarle, quindi provo a scrivere. Magari la scrittura riesce a dipanare un po’ questa nebbia che ho in testa

Sono appena arrivata a casa. Le persone mi stanno già tempestando di telefonate. Tutte vogliono sapere com’è andato il nostro incontro: cosa ho provato, cosa sento e cosa penso ora. Io, però, non so spiegarlo. L’unica cosa che mi sento di dire è che è stato bellissimo. Cerco di ripercorrere la giornata. Non riesco a fermare la testa. Piangevo di gioia, una gioia che forse non avevo mai provato. Non mi capita spesso di piangere, di solito lo faccio quando arrivo al limite. E allora scoppio. Ma piango sempre da sola, in silenzio. Piango principalmente per tristezza, rabbia, stanchezza o sconforto. Di gioia mai. Eppure stava accadendo e non riuscivo a fermarmi. Mi sentivo come se stessi spurgando un liquido marcio, come se mi stessi depurando dallo sporco. Come se quelle lacrime lavassero tutti gli anni di sofferenza incrostati sulla mia pelle. Ma questo lo penso ora, lì per lì piangevo senza capire, senza farmi troppe domande. E poi piangevo perché provavo la gioia più grande della mia vita, vedendo la persona che mi aveva provocato la sofferenza più forte. S Venerdì sono andata a trovare mia sorella, dopo cinque mesi di lontananza. Oggi è domenica e ancora non riesco a spiegare cosa sento. Se provo a tirare fuori parole escono solo lacrime, piango di continuo. Non ho mai provato un groviglio di emozioni simile a quello che mi riempie il petto in questo momento: sono tutte nuove e diverse tra loro. Cerco di razionalizzare, ma non riesco a raccontarle, quindi provo a scrivere. Magari la scrittura riesce a dipanare un po’ questa nebbia che ho in testa Lacrime di gioia testo a cura di Valentina Lisi 22 52 storie Le sofferenze. Costanti. E apparentemente infinite. Com’è possibile? Che cosa vuol dire? Ha importanza? Stavo piangendo di gioia e dolore nello stesso momento. Dalla gioia alla rabbia. Una rabbia feroce per tutti quegli anni di dolore che si potevano evitare, che lei si poteva evitare. Piangevo perché vedevo la persona che avrebbe potuto essere, e quella che io avrei potuto essere. Piangevo perché io sono così e lei è così, perché io sono qui e lei è là. Piangevo perché per la prima volta avevo conosciuto mia sorella: ci avevo parlato, l’avevo guardata negli occhi. E stavolta non negli occhi della droga, ma nei suoi veri, limpidi, enormi occhi penetranti. Piangevo perché quegli occhi mi leggevano l’anima, come i miei leggevano la sua. Perché ci eravamo appena ritrovate e già dovevamo separarci di nuovo. E piangevo perché avevo dovuto aspettare 24 anni per avere davvero una sorella maggiore. Adesso finalmente ce l’avevo. E non una sorella qualunque. Una persona profonda, complessa, fragile ma forte, estremamente intelligente, sensibile ma molto difficile. Una persona in fondo molto simile a me. Com’era possibile? Dopo essere state separate da quella voragine incolmabile creata dalla droga, ora ci ritrovavamo ad essere all’improvviso così vicine. Che cosa ingiusta. Che cosa meravigliosa. Quante emozioni sconosciute e forti. Troppo intense e intricate per essere tradotte e comunicate in semplici parole. E piangevo perché, per la prima volta, le avevo parlato senza avere dubbi su di lei, sulle sue intenzioni, sulle sue emozioni. Senza mai pensare che stesse parlando per vie traverse, senza sospettare secondi fini. Un dialogo fluido e scorrevole e, allo stesso tempo, profondo e sincero come mai avevo avuto con altre persone. O forse sì, ma questo aveva un valore diverso. Era limpida, diceva solo e soltanto quello che pensava, senza controllare ogni singola parola come faceva prima, senza controllare cosa fosse o non fosse giusto dire. Perché, alla fine, sapeva benissimo che non ci sarei mai cascata, l’ha sempre saputo che non mi poteva ingannare, ma lo faceva comunque. Era l’unico modo che conosceva, semplice istinto di sopravvivenza. Una sopravvivenza durata vent’anni. Forse stavolta aveva ingannato anche me? Il dubbio mi ha sfiorato, non lo nego. Ma non mi è interessato. Quello che ho vissuto è reale, così reale che ancora non conosco le parole per esprimerlo. Non avevo mai creduto potesse succedere. Mi ero imposta di non sperare mai, per non soffrire. Ora avevo una nuova speranza, ma anche una paura fottuta. Terrore. Perché sperando, sapevo che rischiavo. Ero scoperta, indifesa. E piangevo perché, accanto a questa gioia, a questa speranza che mi ridava respiro, al terrore di avere un’ennesima delusione, la paura di prendere uno schiaffo in faccia mi faceva mancare il respiro. Mi terrorizzava l’idea di sperare che tutto andasse bene. Ma perché no? Mi capita ancora di avere timore che tutto possa tornare come prima. E allora penso a lei. Alle difficoltà che ancora sta affrontando e alla forza che sta dimostrando. Ce la farà, ne sono sicura. Nonostante assenze e rapporti mai coltivati, lei ora è in grado di esprimere le sue Piangevo perché quegli occhi mi leggevano l’anima, come i miei leggevano la sua. Perché ci eravamo appena ritrovate e già dovevamo separarci di nuovo. E piangevo perché avevo dovuto aspettare 24 anni per avere davvero una sorella maggiore 23 emozioni senza vergogna, senza freni. E io no. Perché? A Sanpa te lo insegnano, ti aiutano a tirare fuori te stesso, a guardare chi sei. E invece a chi è fuori, nel mondo, nessuno insegna a vivere la vita. Sono tutti troppo impegnati, di corsa, con l’ansia e l’esigenza di velocizzare e sintetizzare anche le cose più importanti, cose a cui andrebbe dedicato tutto il tempo possibile. Io e mia sorella siamo simili: entrambe troppo profonde, sensibili ma chiuse e maniache del controllo. Controllo di ogni cosa, soprattutto di noi stesse e delle nostre emozioni. Eppure lei sta riuscendo a cambiare, ad aprirsi in modi che forse io non ho mai nemmeno pensato. Ne sono così felice e impaurita allo stesso tempo. E piango, perché per la prima volta provo un po’ di invidia. Ci rendiamo conto? Non mi è mai successo. È un sentimento che mi è proprio estraneo. Eppure la sento per una possibilità che a pochi capita: quella di fermare la propria vita per qualche anno e rimettere tutto a posto, di approfondire legami altrimenti destinati a restare in superficie, di solidificare o ricreare rapporti che prima erano fragili, di andare a fondo delle cose come nessuno fa mai. E sono anche un po’ gelosa perché io ci sono sempre stata per tutti, facendo il mio dovere e cercando di essere sempre la versione migliore di me stessa, eppure ora è lei che sta aiutando tutti noi ad avere le stesse sue possibilità. È proprio così. Nonostante abbia vissuto vent’anni da tossica, provocando sofferenze immani a tutta la famiglia, ci sta offrendo una via alternativa, un’occasione per guardarci dentro, per migliorarci; un’occasione di vivere la vita, le persone, i legami in maniera più profonda. Era stata lei a gettare le fondamenta per un rapporto più vero con mia mamma, mio padre, e anche con me. Io ci sono sempre stata ma, come al solito, in superficie. Non sono mai stata in grado di vedere oltre. Ma lei sì. E allora piango, perché le sono grata, immensamente grata per ciò che ci sta regalando. Nonostante tutti gli anni schifosi e i patimenti, lei ci sta donando qualcosa cui noi, altrimenti, non avremmo mai avuto accesso. Ci sta invitando a guardarci dentro e a guardarci a vicenda, ma non per un attimo, a lungo, in profondità. E scoprirci, conoscerci, ancora e ancora, non dandoci mai per scontati. Piango perché in questo momento vorrei abbracciarla, e ringraziarla, e piangere. Tenendole la mano.

Valentina
Tratto da “Sanpanews – Voci per crescere” n° 70 – luglio 2022

La voglia di provare

Ciò che è sbagliato ci attira. Facile dire di no, quando sei grande, quando hai realizzato tutto e sei diventato sicuro di te. Lei voleva vedere cosa ci fosse dall’altra parte. Non aveva paura lei, anzi, quel brivido era forse l’unica cosa che non la faceva pensare

La sua vita è stata molto piena fin da quando era piccola ma poi un giorno cambiò. Aveva tredici anni quando bevve e fumò per la prima volta. Niente le sembrò pieno, di colpo. Non più. Da quel momento quella sensazione le pervase tutto il corpo, la testa, i pensieri. Ma ovviamente non le bastava, perché sapeva che c’era di più. Lei aveva voglia di provare cose nuove, così un giorno provò una canna. Lo facevano tutti e non fu difficile uscire proprio con quella gente, con quello scopo. Era quello che voleva. Si sentì male ma volle provare ancora, e ancora, e ancora. Così iniziò a fumare tutti i giorni. Ce l’aveva fatta, la reggeva ormai. Dopo qualche tempo ebbe alcuni problemi che la accompagnavano fin da piccola ma non erano mai stati grandi come in quel momento. Fumare era diventato difficile e ogni volta che lo faceva i pensieri la prevaricavano, la facevano stare male, talmente male da dover smettere. Ma non è facile cambiare, è difficile farlo solo perché è giusto. Iniziò a bere sempre di più, quando era fuori con le amiche ma anche quando era sola in casa, perché con l’alcol non pensava a tutti i suoi problemi. Beveva i super alcolici che trovava in casa, le bottiglie di vino che aveva in cantina, sua mamma la sgridava ma a lei non importava. La sua voglia di provare cose nuove era salita e a quel punto cercava qualcosa che eliminasse completamente i pensieri, non le piacevano le droghe che la facevano agitare. Girando nel mondo, in quel mondo, aveva sentito che l’eroina aveva tutti i requisiti giusti. Così un giorno con il suo fidanzato la provarono. Se la procurarono per vedere se le voci fossero vere. Lei, quella sensazione non la dimenticò più. Era come se non avesse mai avuto problemi. Come se il mondo a un certo punto si fosse fermato. Era rilassata, beata si può dire. Disse tra sé e sé che la poteva gestire. Come se fosse una macchina, che ad un certo punto potevi tirare il freno. Lei è finita come tutti. Non si diventa dipendente dalla sostanza ma dalla sensazione. Anche se a un certo punto non basta tutta la droga del mondo e non ti ricordi neanche più come hai iniziato. Lei non andò in comunità. Non si disintossicò, non voleva nessun tipo di aiuto. Ancora oggi è ancora dipendente e sa perché: lei non è riuscita a combattere le sue battaglie, non ha voluto, non immagina il giorno che dirà “voglio smettere”. Lei era mia amica e questa è la sua storia.

Elanor

Il mio mondo

Chiuditi in bagno, guarda l’orologio. Apri silenziosamente lo sportello dei farmaci. Ecco il barattolo. Svita il tappo piano, prendi quattro pillole, richiudi e metti a posto tutto. Uno, due, tre minuti. Scarica, apri il rubinetto del bidet per coprire il rumore. Mandale giù. È fatta, chiudi tutto e torna in camera

Il nome della sostanza non cambia niente. Non c’entra l’effetto. Ho sempre scelto di scappare da questa realtà. Avevo tredici anni. Mamma sapeva che fumavo le canne, anche mia sorella. Non l’hanno mai detto a papà. Sapevano che sarebbe impazzito, temevano il peggio. Lui lavorava tutto il giorno, ci parlavamo solo a cena. Era lui che tirava avanti la famiglia. Nonostante la stanchezza però, papà non è mai stato il tipo da tornare a casa e farsi i fatti suoi. Incuteva timore, sia a casa che sul posto di lavoro. Però ti faceva sentire controllato, valorizzato. Oggi lo capisco; a quel tempo vedevo solo l’odio che provavo per lui, per il fatto che non volesse farmi vivere come volevo. Fino ad un certo punto ero sempre riuscito a stare lontano da quella vita in qualche modo. Lontano da casa, da loro, da come vivevano. Da come volevano che fossi. Avevo tredici anni, quando ho scelto di essere un teppista. Le canne erano il meno: con i miei amici rubavamo motorini, rubavamo al supermercato cose costose da rivendere. Non so come ci sono arrivato, inizialmente non era nei miei piani. Ma quello che ero mi andava bene. Mi sentivo grande, rispettato e guardato, sia a scuola che in giro. In poco tempo, per essere quel personaggio, mi sono fatto andar bene tante cose. In seconda superiore M., quello da cui compravo l’erba, mi chiese se gli davo una mano a fare un carico. “Chissenefrega” pensai, “ce la posso fare, non mi fermerò, non ho paura”. Era la prima volta che andavo a prendere la cocaina. Dovevo solo stare in macchina. Ma mai mi sarei aspettato che esistesse quel mondo. Appena fuori città, in mezzo ai campi, c’erano alcuni ragazzi che facevano i carichi. M. fermò l’auto e un ragazzo col machete sbucò dal fossato di fianco alla strada. Mi guardò e mi disse: “Dammi i soldi”. M. mi fece un cenno, gli passai il suo rotolo di banconote, non so quanti soldi fossero. Lui li prese, li contò e disse qualcosa in arabo. In quel fosso c’erano altri due ragazzi che pesavano la coca. Io stavo zitto, non fiatavo. Passarono una busta ad un altro del loro gruppo che la prese e ce la allungò. Appena afferrata M. partì con la macchina lontano da quel posto. Niente domande, mai guardarsi indietro. Avevo sedici anni e di cose ne avevo già viste tante. Non ne parlavo mai, come del resto non parlavo mai neanche di me stesso. C’erano tanti ragazzi che vivevano in questo modo, volevo essere uno di loro. Soprattutto volevo vivere lontano da tutto ciò che mi avevano insegnato i miei genitori. Finché la vita mi mise davanti a qualcosa che non mi sarei mai aspettato. Avevo appena compiuto diciotto anni, quando in Italia s’iniziava a parlare di coronavirus. Io vivevo nel mio mondo, sentivo gli altri parlarne, ma non avevo mai dato peso a quelle notizie. Pandemia? Con i ragazzi che frequentavo ci facevamo un sacco di risate, pensando a quanta erba e coca avremmo dovuto avere per barricarci in casa. Finché non è arrivato davvero. Lockdown. Ero a scuola, la prima volta che ce l’hanno spiegato ufficialmente. Il mio mondo è crollato in un giorno. Ci ho provato in ogni modo, in quei mesi, prima di entrare a Sanpa. Ho provato a stare da solo, ad andare a fumare giù in cantina. I primi tempi è stata dura, litigavo con mio padre tutti i giorni. Né mia sorella né mamma dicevano mai niente. Il mio mondo era diventato vuoto, mi sentivo come su un pianeta dove esisteva solo casa mia. Parlando coi miei amici, ho trovato delle pillole su internet che ti facevano ‘star fuori’. Così le ho ordinate. È stato in quel momento che è scoppiato tutto: mio padre le ha beccate. Ha ritirato quel pacchetto e ha scoperto tutto. Abbiamo fatto a botte. Mia sorella piangeva, mamma per dividerci si è fatta male. È stato in quel momento che abbiamo smesso di parlarci. È nei momenti di difficoltà che si vede realmente com’è una persona. L’ho capito proprio in quel periodo. Continuavo a ripetermi che andava tutto bene, che potevo gestire quella vita. “Qual è il problema?” mi chiedevo continuamente. “Mamma è una vita che sta zitta, sottomessa a papà, mentre lui sta tutto il giorno al lavoro e si fa forte di una vita che non vale niente, di una casa che paga e dove non sta mai, dei suoi figli che nemmeno conosce! E mia sorella? Cos’ha meglio di me? Non ha amici, sta da sola tutto il giorno ormai da anni. Perché sono quello sbagliato? Voglio solo andarmene via! Voglio indietro la mia vita!!!”. Continuavo a fare avanti e indietro da quel bagno, ingurgitando sempre più pillole, facendomi da solo questi discorsi. Finché non mi resi conto che parlavo da solo, digrignando i denti. Stavo impazzendo. Quando sono finite le pillole, ho passato quegli ultimi mesi in casa senza niente che mi ‘aiutasse’ a non pensare a nulla. Ho passato ogni giorno con quel silenzio in testa, cercando di allontanarlo in ogni modo, con la playstation, a volte anche tagliandomi. Non serviva a niente. Ogni giorno sentivo pesante il silenzio dei miei genitori. Sentivo i problemi tra di loro, che derivavano da me, dal fatto che mia madre mi aveva coperto. E mia sorella. Lei ce l’aveva con me. Non l’avrebbe mai detto, ma io lo sapevo. Non avrei voluto tutto quello, più pensavo a come sarei dovuto essere per andare bene alla mia famiglia, più mi rendevo conto che io non ero più in grado di vivere così. Sono entrato a San Patrignano quell’estate. Mio padre è stato rigido come al solito: o per strada, o in Comunità. Non so stare per strada, nonostante quello che ho visto. E poi ci volevo provare a cambiare. Non è da molto che sono in Comunità. Non posso dire di essere cambiato, ma ho capito tante cose grazie ai ragazzi che ho conosciuto. Io sono un ragazzo “normale”, cresciuto in una famiglia “normale”. Non mi è mai mancato niente. Perché, allora? Perché ho sempre voluto vivere in un altro mondo? Qui a Sanpa sto trovando un nuovo modo di essere me stesso, nei rapporti che sto costruendo con le persone. Tra poco rivedrò i miei genitori, mi mancano tantissimo. Avrò tante cose da raccontare, ma anche tanto lavoro da fare per ricostruire il rapporto con loro, soprattutto con mia sorella. Voglio costruire me stesso. Non voglio un mondo vuoto in cui vivere. È per questo che ho scelto di restare ancora qualche anno. Per avere un altro mondo, un nuovo me, costruendo cose che mi renderanno fiero di chi sono davvero.

Fred Tosse

Fiera di paese

Girai gli occhi, frastornata e, come uscita da un sogno, mi accorsi che era festa. Persa, nel rincorrersi delle voci, inebriata di colori e profumi, notai le bancarelle tra le grida dei venditori

L’odore delle noccioline caramellate infestava tutta la piazza colorata da baracconi pieni di vestiti, caramelle e utensili per la casa. La vecchia chiesa e i bar storici del paese corniciavano il centro. Le famiglie passeggiavano fermandosi a ogni baracca per comprare pentole in offerta, pellicce finte e libri. Interpretavo sorrisi offuscati di una vita che non avrebbe mai fatto parte di me. Lo sfiorarsi dei cappotti, l’affetto degli abbracci e le risate innocenti. L’anziano del paese chiamava i bambini per legare ai polsi un palloncino gonfiato con l’elio, così i genitori erano costretti a comprarlo. Animali, fiori e colori cercavano di scappare nel cielo, trattenuti da uno stupido filo bianco. Mi facevo spazio tra la gente con l’intento di recuperare qualche moneta dalle tasche dei giubbotti. Il tiepido nelle dita e il mondo si fermava, l’immagine di una famiglia davanti al camino cancellata da quella di un marciapiede umido e fangoso. Avevo i brividi, sentivo i tremori che dai piedi salivano al petto, fitte in testa e sudavo freddo. Un’ondata di aria zuccherina mi ha pervaso il naso, volevo vomitare. Con gli occhi appannati sono riuscita a scorgere un bambino che stringeva delle banconote, stava aspettando il turno per comprare delle caramelle: ho pensato ai pochi passi che sarebbero bastati per prendergliele di mano. Le gambe tremavano e fitte lancinanti colpivano il costato. L’inferno davanti allo zucchero e alla spensieratezza dell’infanzia. Il bambino ha chiesto delle rondelle di liquirizia, dei vermi frizzanti e del cioccolato al latte. Il ricordo dello zucchero sulle dita e di mia madre che diceva di non ingozzarmi, le tasche colme di cioccolatini da nascondere sotto al cuscino. Il bambino ha allungato le banconote all’uomo dei dolciumi. Il diavolo mi ha costretta a prendere quei soldi, ho pensato, la punizione per non esserci riuscita. Un conato, la gente si è allontanata e ha preso in braccio i bambini più piccoli. L’immagine di un ubriaco per strada e la sensazione della stretta alla mano di mia madre. Odore di zucchero, ribrezzo e paura. Ero il sasso che inceppa una centrifuga di colori ed emozioni. Ero il nero, il vuoto. L’assenza di colore, la morte di sensazioni e la puzza acre di immondizia dimenticata.

Luna

Corro per amore

Quando corri non puoi permetterti di sentirti incapace. Devi trovare la forza per credere in te, di provare ad affrontare le distanze, la fatica e i tuoi limiti. Quella fatica mi ha insegnato ad amarmi, accettarmi, ad affrontare il mio percorso e la vita da cui sono sempre scappata

Corro e mi sento libera. Corro per amore. Da piccola praticavo sport, mio padre è un appassionato di ciclismo e mi aveva coinvolto nella sua passione quando avevo circa nove, dieci anni. Avevo una buona resistenza ma già prima dei 15 anni avevo mollato tutto perché i miei disagi, le mie insofferenze e le mie inquietudini avevano preso il sopravvento. Non mi accettavo, non trovavo un’identità, ma soprattutto non mi volevo bene. Poi è iniziato il mio abuso di fentanyl e psicofarmaci. È da quando sono in Comunità che ho iniziato a correre, prima per fare qualcosa di più vivo, più dinamico, poi ho scoperto una passione. Quando corro mi ascolto, mi comprendo. Prima dell’incontro con le mie sorelle non sapevo se mi avessero davvero perdonato, o se fosse restato dell’amaro, del risentimento. Ho trascorso quei giorni correndo e ascoltandomi, più vicina alla vita, nuda e semplice, ho superato sensi di colpa e il fallimento nei loro confronti e ho trovato il coraggio di affrontarle e di parlare. Quando corri non puoi permetterti di sentirti incapace, di lasciarti sopraffare dalle insicurezze, non andresti un metro più in là. Devi accendere tutte le tue energie, tutto quello che hai dentro e portarlo con te, farne la tua emozione. Quando sono entrata nel San Patrignano Running Team, ho avuto la fortuna di conoscere persone straordinarie che ancora oggi mi trasmettono un senso della corsa profondo, vero. È difficile da spiegare. Quando mi drogavo i sentimenti miei più puri, più genuini sembravano essersi spenti per sempre. Passo dopo passo invece, respiro dopo respiro, battito dopo battito ho riscoperto la capacità di sentire ogni cosa come durante l’infanzia. E so che quei sentimenti vergini e puri, il respiro libero, la forza che nasce da dentro, la magia e l’incanto, tutte queste cose sono sempre attive e vive in me. Corro, vivo il miracolo, e non sto esagerando. Ero in un letto con i muscoli atrofizzati, immobile: ora percorro anche 30 km. C’è qualcosa di elevato, al di là dello smarrimento e della paura. Io del dolore e dell’angoscia ne ho fatto altro, l’amore mi muove.

Ivana

Fatiche guadagnate

Mi sveglio, apro le palpebre ma le richiudo subito perché dalla finestra splende un piccolo raggio di sole che mi fa bruciare gli occhi. Mi rigiro nel mio comodissimo letto pulito e anche se è ora di alzarmi decido di rimanere ancora un po’ sotto le coperte, calde e morbide. Penso a tutte le cose che ho da fare oggi. Dopo aver fatto colazione andrò a visitare la scuola del turismo che frequenterò fra pochi mesi, poi nel pomeriggio andrò in centro con mia sorella e alla sera uscirò con un’amica. Mi alzo, vado in salotto, saluto la mia famiglia, faccio colazione e mi vesto con assoluta calma ascoltando un po’ di musica. Mi sento proprio bene, serena e appagata. Mi lascio cullare da questo senso di pace, tranquillità e soddisfazione. Passo del tempo con la mia famiglia, coltivo i rapporti con i miei amici, mi ritengo molto fortunata perché ho tante persone che mi vogliono bene e che ci sono per me sia nel bene che nel male. Con loro mi diverto, rido e scherzo e riesco ad affrontare anche argomenti seri e importanti. Ho proprio voglia di mettermi in gioco, di scoprire e vivere nuove cose. Voglio viaggiare, conoscere, esplorare. Voglio sentire ogni emozione, sia bella che brutta, gioiosa o dolorosa senza dover più soffocare niente. Mi sento viva, vera, senza nascondermi da me stessa o dagli altri. Sono sensazioni oneste e profonde. Ho bisogno di fare ancora un po’ di lavoro su me stessa ma sicuramente rispetto a prima sono un’altra persona. Ora ho dei sogni, degli obbiettivi per cui lottare ed andare avanti. Prima la mia vita non aveva un senso, era vuota e insignificante. Era un continuo rincorrere qualcosa che alla fine era sempre irraggiungibile. Ricercare continuamente di tappare buchi e riempire vuoti senza mai affrontare realmente il mio malessere, continuando a sentirmi sempre incompleta. Ancora oggi ci sono giorni in cui sto male, ma affronto le cose in maniera diversa, cerco di andare nel profondo di me per capire e risolvere il problema. Mi siedo sul divano vicino ai miei fratellini, li guardo con un sorriso e penso a quanto sono fortunata ad essere ancora qui, sana e salva. Tutta la fatica, i problemi e il dolore che ho sempre evitato e anestetizzato con la droga, cercando vie più facili e soluzioni semplici, mi si sono ripresentati davanti colpendomi come uno schiaffo secco in faccia quando sono entrata in Comunità, a San Patrignano. Sono stata malissimo e quella parte di me che ho sempre rifiutato perché mi faceva troppa paura ce l’avevo di fronte senza poter più scappare. Dopo anni di lavoro, confronto, dolore ma anche soddisfazioni e riconquiste, finalmente sto riuscendo a volermi un po’ più di bene. Cerco di accettarmi per quella che sono. Quella parte di me che prima rifiutavo, ora mi rende orgogliosa e mi spinge ad andare avanti. Ho dei sogni, degli obiettivi e cerco di dar un senso alle mie giornate lottando per le cose importanti a cui tengo.

Sheila
Tratto da “Sanpanews – Voci per crescere” n° 68 – maggio 2022