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Il mio mondo

Chiuditi in bagno, guarda l’orologio. Apri silenziosamente lo sportello dei farmaci. Ecco il barattolo. Svita il tappo piano, prendi quattro pillole, richiudi e metti a posto tutto. Uno, due, tre minuti. Scarica, apri il rubinetto del bidet per coprire il rumore. Mandale giù. È fatta, chiudi tutto e torna in camera

Il nome della sostanza non cambia niente. Non c’entra l’effetto. Ho sempre scelto di scappare da questa realtà. Avevo tredici anni. Mamma sapeva che fumavo le canne, anche mia sorella. Non l’hanno mai detto a papà. Sapevano che sarebbe impazzito, temevano il peggio. Lui lavorava tutto il giorno, ci parlavamo solo a cena. Era lui che tirava avanti la famiglia. Nonostante la stanchezza però, papà non è mai stato il tipo da tornare a casa e farsi i fatti suoi. Incuteva timore, sia a casa che sul posto di lavoro. Però ti faceva sentire controllato, valorizzato. Oggi lo capisco; a quel tempo vedevo solo l’odio che provavo per lui, per il fatto che non volesse farmi vivere come volevo. Fino ad un certo punto ero sempre riuscito a stare lontano da quella vita in qualche modo. Lontano da casa, da loro, da come vivevano. Da come volevano che fossi. Avevo tredici anni, quando ho scelto di essere un teppista. Le canne erano il meno: con i miei amici rubavamo motorini, rubavamo al supermercato cose costose da rivendere. Non so come ci sono arrivato, inizialmente non era nei miei piani. Ma quello che ero mi andava bene. Mi sentivo grande, rispettato e guardato, sia a scuola che in giro. In poco tempo, per essere quel personaggio, mi sono fatto andar bene tante cose. In seconda superiore M., quello da cui compravo l’erba, mi chiese se gli davo una mano a fare un carico. “Chissenefrega” pensai, “ce la posso fare, non mi fermerò, non ho paura”. Era la prima volta che andavo a prendere la cocaina. Dovevo solo stare in macchina. Ma mai mi sarei aspettato che esistesse quel mondo. Appena fuori città, in mezzo ai campi, c’erano alcuni ragazzi che facevano i carichi. M. fermò l’auto e un ragazzo col machete sbucò dal fossato di fianco alla strada. Mi guardò e mi disse: “Dammi i soldi”. M. mi fece un cenno, gli passai il suo rotolo di banconote, non so quanti soldi fossero. Lui li prese, li contò e disse qualcosa in arabo. In quel fosso c’erano altri due ragazzi che pesavano la coca. Io stavo zitto, non fiatavo. Passarono una busta ad un altro del loro gruppo che la prese e ce la allungò. Appena afferrata M. partì con la macchina lontano da quel posto. Niente domande, mai guardarsi indietro. Avevo sedici anni e di cose ne avevo già viste tante. Non ne parlavo mai, come del resto non parlavo mai neanche di me stesso. C’erano tanti ragazzi che vivevano in questo modo, volevo essere uno di loro. Soprattutto volevo vivere lontano da tutto ciò che mi avevano insegnato i miei genitori. Finché la vita mi mise davanti a qualcosa che non mi sarei mai aspettato. Avevo appena compiuto diciotto anni, quando in Italia s’iniziava a parlare di coronavirus. Io vivevo nel mio mondo, sentivo gli altri parlarne, ma non avevo mai dato peso a quelle notizie. Pandemia? Con i ragazzi che frequentavo ci facevamo un sacco di risate, pensando a quanta erba e coca avremmo dovuto avere per barricarci in casa. Finché non è arrivato davvero. Lockdown. Ero a scuola, la prima volta che ce l’hanno spiegato ufficialmente. Il mio mondo è crollato in un giorno. Ci ho provato in ogni modo, in quei mesi, prima di entrare a Sanpa. Ho provato a stare da solo, ad andare a fumare giù in cantina. I primi tempi è stata dura, litigavo con mio padre tutti i giorni. Né mia sorella né mamma dicevano mai niente. Il mio mondo era diventato vuoto, mi sentivo come su un pianeta dove esisteva solo casa mia. Parlando coi miei amici, ho trovato delle pillole su internet che ti facevano ‘star fuori’. Così le ho ordinate. È stato in quel momento che è scoppiato tutto: mio padre le ha beccate. Ha ritirato quel pacchetto e ha scoperto tutto. Abbiamo fatto a botte. Mia sorella piangeva, mamma per dividerci si è fatta male. È stato in quel momento che abbiamo smesso di parlarci. È nei momenti di difficoltà che si vede realmente com’è una persona. L’ho capito proprio in quel periodo. Continuavo a ripetermi che andava tutto bene, che potevo gestire quella vita. “Qual è il problema?” mi chiedevo continuamente. “Mamma è una vita che sta zitta, sottomessa a papà, mentre lui sta tutto il giorno al lavoro e si fa forte di una vita che non vale niente, di una casa che paga e dove non sta mai, dei suoi figli che nemmeno conosce! E mia sorella? Cos’ha meglio di me? Non ha amici, sta da sola tutto il giorno ormai da anni. Perché sono quello sbagliato? Voglio solo andarmene via! Voglio indietro la mia vita!!!”. Continuavo a fare avanti e indietro da quel bagno, ingurgitando sempre più pillole, facendomi da solo questi discorsi. Finché non mi resi conto che parlavo da solo, digrignando i denti. Stavo impazzendo. Quando sono finite le pillole, ho passato quegli ultimi mesi in casa senza niente che mi ‘aiutasse’ a non pensare a nulla. Ho passato ogni giorno con quel silenzio in testa, cercando di allontanarlo in ogni modo, con la playstation, a volte anche tagliandomi. Non serviva a niente. Ogni giorno sentivo pesante il silenzio dei miei genitori. Sentivo i problemi tra di loro, che derivavano da me, dal fatto che mia madre mi aveva coperto. E mia sorella. Lei ce l’aveva con me. Non l’avrebbe mai detto, ma io lo sapevo. Non avrei voluto tutto quello, più pensavo a come sarei dovuto essere per andare bene alla mia famiglia, più mi rendevo conto che io non ero più in grado di vivere così. Sono entrato a San Patrignano quell’estate. Mio padre è stato rigido come al solito: o per strada, o in Comunità. Non so stare per strada, nonostante quello che ho visto. E poi ci volevo provare a cambiare. Non è da molto che sono in Comunità. Non posso dire di essere cambiato, ma ho capito tante cose grazie ai ragazzi che ho conosciuto. Io sono un ragazzo “normale”, cresciuto in una famiglia “normale”. Non mi è mai mancato niente. Perché, allora? Perché ho sempre voluto vivere in un altro mondo? Qui a Sanpa sto trovando un nuovo modo di essere me stesso, nei rapporti che sto costruendo con le persone. Tra poco rivedrò i miei genitori, mi mancano tantissimo. Avrò tante cose da raccontare, ma anche tanto lavoro da fare per ricostruire il rapporto con loro, soprattutto con mia sorella. Voglio costruire me stesso. Non voglio un mondo vuoto in cui vivere. È per questo che ho scelto di restare ancora qualche anno. Per avere un altro mondo, un nuovo me, costruendo cose che mi renderanno fiero di chi sono davvero.

Fred Tosse