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Una frazione di secondo

Nel 2016 iniziai a uscire con C. Mi fu presentata come la mia versione al femminile: si drogava, le piaceva fare casino e andare alle feste. Più che una coppia sembravamo fratelli: avevamo gli stessi gusti, lo stesso modo di vestire, lo stesso carattere esplosivo. E poi lei si faceva. Di eroina. E a me, questo, andava bene: con lei non mi sarei dovuto nascondere, potevo essere me stesso

Ricordo ancora quel giorno. Era un pomeriggio di ottobre del 2016. Ero seduto su una panchina, nella solita piazzetta e, tra una sigaretta e una birra, stavo cercando di organizzarmi il weekend con gli altri. Da qualche mese stavo uscendo con una compagnia di amici che non frequentavo da anni, ragazzi un po’ più tranquilli che si concedevano solo un po’ di coca il sabato sera in discoteca e si fumavano qualche cannetta il pomeriggio, ma niente di più. Lavoravano tutti. Anch’io lavoravo in quel periodo, mi avevano preso in un maneggio, ed ero riuscito anche a smettere con la roba. Avevo sempre avuto ragazze che si drogavano, poi finalmente ne conobbi una che era fuori da tutto quel giro. Pensavo di essere riuscito a trovare il mio equilibrio. Fino a che non conobbi C. Quello con lei è stato veramente amore a prima vista. Avevamo gli stessi gusti in fatto di musica: amavamo la techno, la droga e farci i rave. Ci vestivamo uguali, ci piaceva uscire con le stesse persone e avevamo anche lo stesso carattere esplosivo. Perlomeno questo era quello che lei faceva vedere alle persone. Iniziammo a frequentarci, poi a vederci sempre più frequentemente. Andavamo alle feste, sempre io e lei. Ci ubriacavamo come pazzi, era tutto bellissimo, ci drogavamo e poi andavamo in giro a fare casino fino all’alba. Quando finalmente la botta scendeva, tornavamo a casa o ci accasciavamo in qualche giardino e facevamo l’amore. Lei usava l’eroina. E si doveva sempre fare per calmarsi un po’. Però a me non importava, tanto lo faceva lontano dai miei occhi. Finalmente mi sentivo capito. C. sembrava diversa, anche da tutte le precedenti: era una tosta, potevo sentirmi libero di fare quello che volevo senza sentirmi giudicato o intralciato. Ho cercato di smettere mille volte con l’eroina, senza mai riuscirci; anche quando ho conosciuto C. ero in un periodo ‘buono’, stavo usando solo un po’ di coca il fine settimana, quindi per me ero già uscito dal problema. Lei all’inizio rispettava questa cosa, ed io apprezzavo che non si facesse davanti a me. Ultima stessa, non parlava mai. Si faceva e diceva sempre un sacco di cose senza senso, tipo che della vita non le importava niente, che se viveva o moriva era uguale. Cose così. Poi mi parlava della sua famiglia, di come non la ascoltassero e non le dimostrassero affetto. E si lamentava. E poi si faceva. E collassava. Ed io allora, con mio padre alcolizzato? Che cosa dovevo dire? Anche io avevo una situazione di merda, ma almeno provavo a non farmi. Cercavo di trovare delle alternative: invece, alla fine, ci sono ricaduto. Ci siamo ritrovati a stare sempre insieme, giorno e notte: ci facevamo, collassavamo, ci risvegliavamo e via di nuovo. La nostra relazione è andata avanti così per mesi. Ma io dentro non volevo questo. Avevo bisogno dei miei spazi, già a casa avevo una situazione di merda, figuriamoci se volevo sprofondare nel malessere. Avrei spento volentieri il cervello, quello sì, ma non volevo altri carichi. La droga, si sa, ti porta a non avere le palle di parlare con le persone, ti porta a guardare solo le tue di necessità, a essere egoista, a non curarti di chi ti sta intorno.

Così una mattina, con una scusa, l’ho mandata via da casa. E non l’ho fatta più rientrare. Dentro di me sapevo che avrei continuato a farmi, ma finalmente ero libero: avevo bisogno di uscire con i miei amici, di ubriacarmi, andare anche a ballare. Con lei ormai non uscivamo nemmeno più di casa, non era più vita in quel modo. Così ho spento il telefono, e non le ho più risposto. Ormai è una settimana che non sento C. Ho preso da bere, Daniel mi sta parlando, e con gli altri siamo d’accordo per andare a ballare sabato sera: aperitivo e poi tutti in piazza a bere, poi macchinata e via verso la spiaggia, dove c’è un deejay famoso che viene a suonare. Non posso perdermelo!

All’improvviso in una frazione di secondo, nessuno parla. Una frazione di secondo che sconvolgerà per sempre la mia vita.

Aspetta un attimo. Che cosa dicono questi? Perché stanno parlando di C.? “ Sì, è appena successo. Sai la C., quella che ieri faceva serata a casa di Marco?! Poveraccia, si pensa che il cuore non le abbia retto” E poi ancora un altro: “E’ andata nell’altra camera a collassare e quando oggi si sono svegliati si sono accorti che non respirava. Aveva la bava alla bocca. Evidentemente ha voluto esagerare, magari si è sparata due linee di troppo!” Come si permettono di dire queste cazzate? Non può essere. Sicuramente ho capito male. Mi avvicino. Dalle loro facce, capisco che nessuno sta scherzando. Per un attimo, il mio cuore si ferma. Tutto intorno a me si ferma. Sento tante voci in lontananza, dicono il mio nome, come un eco, ma non capisco da dove viene. Mi gira tutto. Chiudo gli occhi. Il buio. Ricordo ancora quel giorno di Ottobre, era il 2016. Oggi, a distanza di anni, ripenso a C., a com’era fragile. Al fatto che in verità era una ragazza cupa, silenziosa, autodistruttiva, che non voleva vivere. So che C. non aveva voglia di smettere, so che non voleva farsi aiutare. E me lo sono fatto andare bene. Lei ha voluto a tutti i costi oltrepassare il suo limite. E l’ha voluto fare in una serata come le altre, una di quelle che insieme facevamo sempre. Quella era la nostra “normalità’”. Una normalità che, alla fine, l’ha uccisa. Forse ci si è lasciata andare su quel divano. Forse era già da tempo che non voleva più vivere. Purtroppo, non lo sapremo mai.

Giovanni

Tratto da “Sanpanews – Voci per crescere” n° 75 – dicembre 2022