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L’altra metà di me

Avevo due anni quando hai deciso di andartene. Ero troppo piccola per ricordarmelo. Sicuramente mi volevi bene ma a quel tempo pensavi solo a te stesso, allo stile di vita che conducevi. Tra spaccio, soldi, crimini e droga… non c’era né spazio né tempo per occuparsi di una bambina

Nonostante sapessi quanto fosse rigida la Svizzera e i suoi confini, sei partito per la tua città natale, Santo Domingo. Non sei più tornato indietro papà. Mai più. Anche volendo non avresti potuto, né legalmente, né economicamente.

Ma a te non interessava, non volevi fare il padre. “Egoista”, “superficiale”. Avevo sempre queste parole in testa, insieme a una rabbia che partiva dal petto, da dentro le ossa. Perché mi hai abbandonato. Ti odiavo, non capivo. Nella mia testa non poteva essere vero, non volevo credere che fosse andata così. Non ho mai accettato questa realtà. Sai papà, per tanti anni ho provato a darti un volto, a immaginarti. Le tue foto non volevo vederle. Mi avrebbe fatto troppo male. Nel frattempo a scuola andava male, tutti mi prendevano in giro, mi escludevano. I miei capelli ricci e neri, la mia carnagione scura… in qualche modo mi hanno sempre presa di mira. A volte più palesemente, in altri momenti usavano modi più sottili. Ma lo facevano sempre. Il momento peggiore era quando i papà venivano a prendere i propri figli. Li guardavo. Un abbraccio, un bacio o una carezza. Quei bambini forse non li apprezzavano, per me ognuno di quei gesti era una coltellata, che mi faceva stringere i denti fortissimo, come se dovessero scoppiare. Perché sapevo che non saresti mai arrivato. Sapevo che eri dall’altra parte del mondo, su una piccola isola, molto distante da me. Una volta all’anno chiamavi, ma io non ho mai voluto parlarti. Avevo una paura così grande del suono della tua voce, o di non sapere cosa dirti… che mi nascondevo dietro a quella rabbia. Continuavo a ripetermi che l’odio e la delusione fossero più forti della voglia di conoscerti. La verità, che solo a scriverla qui mi fa piangere, come una deficiente… è che mi sei sempre mancato da morire. La figura maschile, quella sicurezza di chi prende una posizione, di chi sai che puoi chiamare semplicemente “papà”. Una persona a cui mi sarei potuta aggrappare, su cui avrei potuto contare, fidandomi senza nessun riserbo. Ringrazio tanto la mamma, mi ha dato tantissimo amore. Ma la tua parte, papà, la tua presenza… tutto questo a me è mancato.

Non riuscivo a superare quella rabbia che provavo dentro di me. Cercavo vari modi per sfogarla, per vivere. La droga forse è stata la via più semplice, per calmare quel dolore, quella voglia di farmi male. Mi permetteva di riempire quel vuoto e davo la colpa a tante cose per le scelte che facevo. Anche a te. Ti ho dato la colpa per il fatto che mi drogavo. Era facile. A maggior ragione perché facendomi, non sentivo più niente. Né i sentimenti, né il senso di colpa.

Non so perché l’ho fatto. Da un giorno all’altro qualcosa è cambiato e ti ho contattato. Abbiamo fatto una videochiamata. È stato strano vederti e sentirti. Da allora non ci siamo più lasciati. Ogni giorno ci chiamavamo, finché un giorno ti sono venuta a trovare a Santo Domingo, per conoscerti. Ci ripenso adesso, da San Patrignano, e quanto rimpiango di non essermi goduta in modo sano questo tempo con te. Ho dato più importanza alla droga, da cui ormai ero dipendente, non solo a livello fisico. Non ero niente senza di lei, ero soffocata in un tunnel senza via d’uscita. Però voglio dirti una cosa: vicino a te mi sentivo davvero a casa, anche se in fondo eri un perfetto sconosciuto. Non sapevamo niente l’uno dell’altro ma a me bastava. Forse perché finalmente avevo accettato l’altra metà di me che per tutta la vita avevo rifiutato con tutta la rabbia che avevo in corpo.

Sono quasi quattro anni che non ci vediamo, papà. Ogni tanto ci sentiamo per telefono, ma mi manchi tanto. Ho perdonato ogni cosa, sia a te che a me stessa. Grazie a questo posto e al lavoro che sto facendo su me stessa qualcosa è cambiato. Ho guardato in faccia la realtà, la mia verità, di quella che è stata la mia vita. Non immagini quanto è stato difficile, papà. Mi sono sempre nascosta dietro qualcosa, pur di non far vedere mai quello che avevo dentro. Tutta quella cattiveria, che ho riversato su tante cose intorno a me, era comunque inferiore al male più grande, che ho sempre tenuto in serbo per me stessa. Quando l’ho capito ho cominciato a lavorarci su. A parlarne, ad ascoltare i consigli degli altri. A vivere ogni giorno come una missione, un allenamento per essere migliore, con gli altri e con me stessa. Anche e soprattutto con te. Te quiero mucho.

Sheila

Tratto da “Sanpanews – Voci per crescere” N°57 Giugno 2021
Per scoprire come riceverlo: https://www.sanpatrignano.org/sostienici/sanpanews-voci-crescere/