fbpx

Io e lei in discoteca

Musica da sballo. Ragazze da sballo. Il suono elettronico che picchia, che ci fa muovere a tempo, così vicini. È tutto buio, ma in fondo si vede; le luci lampeggiano a flash colorati, suggeriscono soltanto i contorni dei divani, dei tavolini, delle ragazze che forse sorridono, forse hanno gli occhi chiusi, forse ti guardano. Qualcuno ha degli starlight in bocca, fluorescenti di verde, azzurro, rosso fuoco.
Andare in discoteca è un rito, o meglio, una serie di riti. A volte papà, come tutti i padri di questo mondo, mi guarda mentre mi preparo con quel sorriso di chi pensa: “Guarda che forte, che bello avere quell’età”. Io mi vesto e intanto rispondo ai messaggi. Mi organizzo per chi ci porta: oggi tocca al padre di Stefano. E per chi ci porta a casa: mio padre, all’ora che stabiliamo prima. Lui dice l’una. Io la sparo grossa: le tre. “Cooosa?? No no, al massimo l’una e mezza”. “Tanto”, gli rispondo io, “lo sai come andrà a finire. Io dico due e mezza”. Lui non ne vuole sapere. “No no, scordatelo, non se ne parla, più de l’una e mezza non si può fare, lascia stare, poi dobbiamo riaccompagnare anche i tuoi amici, ma sei matto?” . Ogni volta è così.
Arriviamo alle nove là davanti. Si entra per le dieci, se siamo fortunati per le undici e mezza siamo dentro. Quando arriviamo infatti c’è già una folla immensa. Per fortuna abbiamo fino alle due. Ma anche la fila fa parte del gioco: i gruppetti di ragazzi e ragazze si notano al volo, chi fa lo spavaldo, chi fa finta di niente; le occhiate sono preziose, i particolari dell’abbigliamento sono fondamentali. Alla fine, questo servirà poi per ritrovarsi, dentro, mentre si balla.
Dentro, prima tappa: free drink. Sondare la situazione, organizzarsi, poi via. Sono le undici. La musica è appena partita, è tutto ancora troppo tranquillo. L’ambiente ha quel gusto esclusivo, che ti fa sentire fuori dal resto del mondo. Altre regole, altri ruoli. Lì dentro posso tentare qualunque cosa, le ragazze si avvicinano, in qualche modo; è come se mentre si balla ci fosse un linguaggio dei segni che fa comunicare le persone, un linguaggio silenzioso, ma così forte che ti fa dimenticare della musica che muove il tuo corpo, come se mentre il mondo balla tu fossi da un’altra parte, insieme alle altre persone, in un luogo diverso da quel locale. A fare la stessa cosa. A fare una cosa totalmente diversa.
Non è una caccia. Non è una gara. È ballare. È approcciare. Non lo so cos’è. Forse è conoscersi, ma è diverso. Viene da dentro. A volte bacio una ragazza e finisce lì. Mi giro e vado via, a volte becco il due di picche. Stasera no. Stasera Stefano e Mattia sono in giro, io sono qui, lei è praticamente tra le mie braccia, anche se è a due metri da me. Lo sento. Non so che ore sono. A volte succede. A volte deve proprio succedere. A volte, anche se forse è sbagliato, riesci a spegnere il cervello e tutte le giustificazioni che ti fermano svaniscono, riesci a prendere coraggio, a non pensare troppo alle conseguenze. Stasera ho ballato in avanti per due metri come se lì in mezzo ci fossimo solo io e lei, l’ho guardata e l’ho baciata. Lei si è staccata di colpo. Mi ha guardato, continuando a muoversi come se fosse impossibile smettere di ballare del tutto. Non gli ho lasciato fare altro. Ho cominciato a ballarle vicino, ma non troppo. Lei mi ha squadrato, poi mi ha riguardato dritto negli occhi. Ci ha pensato un attimo.
Il mio telefono ha squillato tantissime volte, ma io non l’ho sentito. Era un’ora che mio padre mi cercava nel locale, stava per chiamare i carabinieri, poi sono arrivato in macchina con l’aria sconvolta. Mio padre ha urlato, di fronte ai miei amici, Mattia e Stefano. “Dove diavolo eri”. Io non riuscivo a rispondere. Ha continuato ad urlare altre cose, non sono riuscito ad ascoltarlo, a capirlo. Ha acceso la macchina ed è partito verso casa di Stefano, continuando a gridare: “Non esci di casa per un mese. Scordati la discoteca. Scordatela”. Nella testa avevo un solo pensiero e non sentivo la sua voce. Non mi interessava della discoteca. In quel momento non mi fregava proprio niente.
“Papà, nel bagno di quella discoteca ho fatto l’amore, per la prima volta nella mia vita”. Silenzio. Nessuno dice niente. Mio padre continua a guidare fino a casa di Stefano, che schizza fuori dalla macchina. Idem Mattia, appena arrivato a destinazione. Sotto casa scendiamo dalla macchina, mio padre apre il portone, entriamo in ascensore. Guarda l’orologio e poi dice:
“Le tre e mezza. Disgraziato”. Mi guarda qualche secondo: “Vabbé dai, lascia stare la punizione. E ci puoi andare in discoteca. Però lavi i piatti per una settimana, e quelli non te li leva nemmeno la mamma, sappilo”. D’istinto lo abbraccio, fortissimo.