Storie

Dove qualcuno ti aspetta

Un passo davanti all’altro, con le cuffie infilate nelle orecchie. Sotto di me l’asfalto, sopra di me un cielo di piombo, mentre dentro di me rimbombavano quelle parole che mi facevano sentire male: “Io con loro non c’entro niente”

“Non tenetemi così, tra ‘sp’ e ‘nero’ — giro fumato per la mia città e mi sento straniero — uomo portami via da qua… non siamo vivi qua — siamo cattivi, perché siamo in cattività”. Ascolto le parole di una vecchia canzone rap, mentre cammino per strada. Guardo il mondo e mi sento una straniera. Nella mia città, in mezzo alla società, in fila alla cassa di un bar per un panino, tra gli uffici, i negozi di griffe e i kebabbari, i barboni e le signore. Li guardo, li scruto. Io con loro non c’entro assolutamente niente. So esattamente dove devo andare. Salgo sul treno.

«Tra un’ora ci sono».

Sono in viaggio verso l’ultima fermata, faccio l’unico percorso che conosco a memoria. È quasi finito ottobre e ho addosso solo una felpa. Tanto io non mi ammalo mai. Io non ho mai freddo. O meglio, i brividi tanto ce li ho comunque. Dentro di me fa sempre più freddo che fuori. Ho sempre viaggiato, anche quando ero piccola. Nata in Veneto, cresciuta in Spagna, sono sempre stata in mille posti diversi. Gli altri bambini dicevano sempre che ero fortunata, perché viaggiavo ed ero libera. Io non mi sentivo così. Io volevo solo restare un po’ con loro. Sarò anche stata libera, ma mi sentivo imprigionata, portata sempre via da mio padre, che doveva lavorare. Come stare su un treno impazzito, da cui non riesci a saltare giù. Mi sono sempre sentita così, anche quando sono diventata una ragazza. Ma quella sensazione era uguale. Mi sentivo sempre ospite del mondo, dentro di me sapevo che prima o poi quelli che mi stavano intorno sarebbero andati via. Non so perché, ma ogni volta che andavo a fare il carico succede sempre. Mi capitava di guardare le persone normali. Le osservavo, dentro di me le insultavo, o forse le invidiavo. Ad  ogni modo c’era sempre un po’ di curiosità, nei loro riguardi. Mi chiedevo sempre cosa si provasse a non dover scappare. Perché era così, io scappavo. Nel mondo ero diversa da chiunque. Così ho trovato un mondo tutto mio. Ho iniziato a viaggiare da ferma, ad essere a mio agio ovunque e a non farmi toccare più da niente. Tutto quello che facevo nel mondo reale era scappare, seguire le traiettorie, ogni giorno uguali, per arrivare al mio obiettivo. Mi sveglio. Mancano ancora venti minuti. I brividi sono già saliti, non manca molto. Tra poco inizierò a star male. L’astinenza. Poco male, appena scendo a Bologna centrale ci vorranno solo 5 minuti a piedi per arrivare alla casa del mio amico. Mi piacerà ancora di più. Stavo per saltare giù dal treno della vita, e spiccare il volo verso la mia casa.

«Biglietto prego».

Mi giro e lo vedo. Il controllore. Non ce l’ho il biglietto.

«Non ce l’ho guardi, mi faccia la multa, devo andare da mia nonna che è a casa e sta male».

«Mi dispiace, ma non possiamo».

«Cosa? Come sarebbe a dire “non può”!?».

«Signorina, deve scendere».

«Cosa stai dicendo, io non posso scendere! Non vedi che sto male? Sai cosa succede se…».

«So esattamente come stai, signorina», dice il controllore alzando la voce. Il resto dei passeggeri ci sta guardando. Poi mi guarda e ricomincia. «Ti vedo qui tutte le settimane e so tutto. Non mi interessa. Potrei dirti tante cose, ma a te non te ne frega niente. Tu hai già scelto la tua fermata».

Portomaggiore. Non ho mai sentito il nome di questo posto, non ho idea di dove sono. Ogni volta che facevo questa tratta dormivo sempre, ero fatta o in astinenza. Intorno a me, solo nebbia. Mi appoggio alla colonna, mi siedo e comincio a tremare. Il prossimo passa tra un’ora. Comincio a piangere, a singhiozzare, sempre più forte. Non dovrei essere qui. Non dovrei essere da nessuna parte. Non dovrei esistere. Ho perso un altro treno, sono riuscita a scendere. Fa sempre più freddo e per un attimo mi chiedo come sarebbe, se chiudessi gli occhi e non li riaprissi mai più.

Riapro gli occhi. Ci sono le mie compagne di stanza, sui divanetti intorno a me. Luna legge un libro, “Oliver Twist”, Sara e Michela giocano a carte. Martina scrive una lettera a sua madre, dopo vuole rileggerla con me. Da due anni e mezzo sono entrata a San Patrignano. Sorrido. È bastata una canzone per farmi tornare indietro, in un brutto ricordo. E per pensare che sono libera. Guardo le mie nuove amiche, forse le uniche che io abbia mai avuto veramente, e penso che ho fatto davvero bene a prendere quel treno. Marti si siede vicino a me.

«Perché sorridi? A cosa pensi?».

«Sto pensando a un viaggio che ho fatto».

«Beh, dev’essere stato un viaggio bello. Dove sei andata?».

«Non lo so. In realtà non so nemmeno se sono già arrivata. Come fai a capire quando un viaggio finisce davvero?».

«Quando ritorni a casa, no?».

«Più o meno, Marti. “Casa” è un posto dove c’è qualcuno che ti aspetta. Io le ho trovate delle persone così, mi vogliono bene e si aspettano qualcosa da me. E anche se non so dove sto andando, oggi posso veramente andare dove voglio, perché mi sento davvero libera».

Giada

Tratto da “Sanpa News, Voci per crescere – n° 42” – 03/2020
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