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Per essere come loro

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Quando ero piccolo andavo sempre a trovare mio padre, o mia nonna. Passavo da loro quasi tutti i pomeriggi, parlavamo di qualunque cosa. Stavo bene quando andavo a trovarli. L’importante era stare lontano da casa, non farmi trovare dai miei compagni di classe. Fin dalle elementari non stavo bene con gli altri ragazzi. Preferivo stare in casa a giocare con i miei videogiochi. Ogni volta che andavo a scuola i compagni mi rendevano la vita impossibile, mi chiamavano “ciambella”, “bombolone”. Ero grasso. Ma soprattutto ero il loro gioco. Quando mi prendevano in giro non riuscivo a rispondere, ad arrabbiarmi. Avevo solo voglia di tornare a casa. Quando sono arrivato alle medie la situazione è anche peggiorata.

All’inizio ero contento di cambiare scuola, perché avrei potuto rifarmi un nome, ricominciare da zero. Ho provato a vestire i panni del ragazzo spavaldo, ma si vedeva che non erano i miei. Non riuscivo ad arrabbiarmi, ad essere cattivo. Dopo un po’ anche i nuovi compagni di classe hanno cominciato a prendermi di mira, questa volta mettendomi anche le mani addosso. Non è che mi picchiassero davvero. Mi spingevano, mi davano i pugni. Era quasi un gioco, almeno per loro. A me facevano male. E io ogni volta stavo al gioco. Mi venivano a chiamare a casa, in classe mi chiedevano di uscire, di andare al campo da calcio con loro. Speravo sempre di riuscire a passare un pomeriggio tranquillo, di arrivare al loro livello. Invece ogni volta era uguale. Tutto è cambiato quando sono arrivato alle scuole superiori. Non c’era più nessuno che mi picchiava, nessuno che mi prendeva in giro. Finalmente ero visto come “uno qualunque”. Da subito ho cercato di buttarmi nel gruppo, ma facevo molta fatica a stare con gli altri. A me piaceva lavorare sui motorini, smontare e rimontare i motori; loro invece si riempivano il ciuffo di gel, avevano jeans fichi e giubbottini alla moda e tutte le ragazze li guardavano. Mi sentivo diverso. Avevo la sensazione di essere evitato, giudicato da tutti i miei compagni. Ero stanco di fare quella vita, di essere quello che ero. Volevo essere accettato. Così dopo qualche mese ho iniziato a far finta di avere i loro stessi interessi. Mi vestivo e parlavo come loro e ho iniziato a uscire insieme. Andavamo nei locali alla moda, dove bisognava fare tardi.

Tra i miei nuovi amici c’era qualcuno che fumava le canne. Io lo sapevo, non avevo mai provato, non mi interessava nemmeno. Ma sapevo che prima o poi sarebbe toccato anche a me, se volevo stare con loro. Dopo poco tempo infatti mi hanno chiesto di provare. Era sera, stavamo per entrare nel locale. Mi guardavano. Fare quel tiro era una prova. Non ho pensato nemmeno un attimo di tirarmi indietro. Finalmente potevo uscire, avevo qualcuno che mi trattava al suo pari. Così ho preso quella canna e ho fatto un tiro. Non mi piaceva comportarmi così, sapevo che era sbagliato. Però amavo quella sensazione. Quando fumavo, tutte le paure e gli imbarazzi che mi ero sempre vissuto scomparivano. Bevevo qualche birra e potevo parlare con chiunque, stavo bene con tutti. Avevo trovato una chiave che mi permetteva di vivere come gli altri, senza affrontare tutte le paranoie che mi frenavano da sempre.

Così, ogni volta che dovevo uscire con il mio gruppo, arrivavo mezz’ora prima degli altri per avere il tempo di andare a bere qualche birra, e al loro arrivo essere già sciolto e rilassato. Nella mia testa era da quel momento che avevo iniziato a vivere. Da quando mi ero costruito quell’autostima artificiale avevo conosciuto degli amici, avevo incontrato una ragazza, avevo trovato il lavoro che mi piaceva fare: il pizzaiolo. Sembravo davvero una persona diversa. In realtà ero sempre io, mi sentivo sempre meno degli altri, solo che non lo mostravo. Avevo nascosto tutte quelle sensazioni, le avevo sotterrate, per costruire un personaggio che mi permettesse di vivere, senza affrontare quello che provavo davvero. Erano anni che avevo conosciuto Silvia, la mia ragazza. Avevamo passato insieme tutto il periodo delle superiori, poi lei aveva iniziato l’Università. Finché tutto andava bene, io riuscivo a tenere in piedi il mio personaggio; fumavo, bevevo e facevo la mia vita con lei. Ormai avevamo quasi venticinque anni, era da tempo che volevo chiederle di sposarmi. Un giorno mi sono deciso, le ho fatto la proposta. Lei mi ha risposto che mi amava, ma non era il momento per fare quel passo. Voleva ancora fare delle esperienze, voleva viaggiare, conoscere il mondo. Mi sono sentito di nuovo sbagliato, stupido. La rabbia ha preso il sopravvento. L’ho lasciata. Gli ho detto che non volevo più vederla. Ero distrutto. Mi sentivo stupido ad aver abbandonato Silvia, da un giorno all’altro. Ma non volevo mostrarlo. Facevo finta che andasse tutto bene, non volevo mostrare a nessuno  che stavo male. Una sera, non so per quale motivo, mi confido con Carlo, un mio collega. Gli dico che mi sento un idiota, ad aver fatto quello che ho fatto, che penso a lei, che non voglio tornare indietro. Avevamo appena finito di lavorare. Lui non ci ha pensato due volte, mi ha fatto salire in macchina, dicendo che mi avrebbe tirato su il morale. Non me ne fregava niente, avevo solo voglia di staccare. Mentre guidavo lui ha tirato fuori un sacchettino con della polvere bianca. Cocaina. Ci siamo fermati in un bar, per tutta la sera abbiamo fatto avanti e indietro dal bagno. Silvia era sparita dai miei pensieri. Mi sembrava che tutto fosse passato. Stavo ancoramale, lo sapevo. Ma non  sapevo come affrontare quella situazione. Quella per me era la soluzione a tutti i miei problemi, il modo più facile per non sentire più niente. Non l’avrei più lasciata.

In poco tempo sono cambiato. Con la coca sono diventato aggressivo con tutti, l’unico obiettivo era farmi. Ho iniziato a rubare i soldi dalla cassa della pizzeria, oppure ai miei genitori. Il Pasquale che subiva e non faceva male a  nessuno era sparito. Anche Silvia non mi ha più voluto vedere. Quando ci siamo rincontrati non poteva crederci: avevo le occhiaie che mi scavavano gli occhi, ero distrutto. Ero talmente fuori che mentre parlavamo, mentre lei piangeva, implorandomi di smettere, io mi sono fatto portare la coca lì, in quel bar, di fronte a lei. Non me ne fregava più niente, il mio obiettivo era solo non sentire più niente. Dovevo farmi. Non ce la facevo più. Continuavo a vivere un giorno alla volta, sperando solo di trovare i soldi per la coca. Ho continuato così finché un giorno sono tornato a casa e ho trovato mio padre in cucina, con la busta che avevo in camera. Il mio capo aveva scoperto che gli rubavo i soldi dalla cassa e, al posto di denunciarmi, ha chiamato mio padre e gli ha raccontato quello che stava succedendo. Mi aspettavo urla, litigate. Invece mi ha guardato, con le lacrime agli occhi, mi ha abbracciato, ed è scoppiato a piangere. Singhiozzava senza staccarsi, diceva che voleva aiutarmi, che lui c’era, come tutte le altre persone che erano ancora lì per me, nonostante tutto quello che avevo fatto. Però non c’erano più scuse. Dovevo entrare in una Comunità. San Patrignano. Ero con le spalle al muro, dovevo guardare in faccia la realtà. Era come se non aspettassi altro. Mi sono lasciato andare e sono riuscito a piangere anche io, dopo tanto tempo. Dopo un  mese sono entrato in Comunità.

Pasquale