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In principio fu la canna

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Chi sei? Che ci fai qui, nel mio bagno? Allungo una mano verso lo specchio. La mano tocca il vetro. Il braccio violaceo e segnato di cicatrici è lì, dall’altra parte, prolungamento della mia mano e del mio corpo inerte. Mi guardo solo un attimo negli occhi, abbasso lo sguardo. Stacco la mano. Mi volto. Scarico. Esco dal bagno

Mi chiamo F., ho ventidue anni e ho lo stesso aspetto di quei tossici che qualche anno fa mi aiutavano a farmi. Dopo qualche anno eccomi qua: una ventiduenne stanca, sporca, senza lavoro, senza soldi, senza forza, senza desideri né sogni. Anzi no: con un solo desiderio… Mentre mi allontano dal bagno, caccio via quell’immagine di me riflessa nello specchio. Caccio via ogni pensiero, ogni senso di colpa, ogni paura, ogni respiro di libertà, quella frazione di lucidità che mi ha fatto vedere cosa sono e torno a farmi, prigioniera di questa gabbia che mi sono costruita negli anni: la droga.

Mi sento figa nella mia gabbia: fumo, bevo e qualsiasi cosa mi passano la prendo. Non mi interessa niente. Prima era per divertimento, ora per noia, per astinenza, perché mi è impossibile vivere senza qualcosa che mi butti fuori da questa vita di merda e da me stessa. Sono un’ombra, questa è la verità. Mia sorella ha anche paura a lasciarmi sua figlia. Fa bene. Sono inaffidabile. Non do importanza a me, figurati a qualcun altro.

Per una dose sono disposta a tutto. Sono di un paesino in provincia di Livorno. Qui lo sanno tutti che sono una tossica. Anche i miei. Mi vergogno tanto… no, non è vero, non mi vergogno. Voglio solo farmi. Perché ho cominciato? Non me lo sono chiesto mai davvero. L’ho capito con il tempo, l’ho capito stando in comunità che ho cominciato per divertimento, perché ero curiosa, adolescente, insicura. Ho cominciato con le canne, con mia sorella.

Mia sorella M., un punto di riferimento, una che ho sempre rincorso, che ho sempre considerato forte di carattere. Solo negli anni ho capito che non era così, che siamo molto simili, lei è solo molto più impulsiva di me.

Un giorno, a scuola durante l’intervallo, lei stava fumando una canna e ho provato anche io. Poi le nostre strade si sono separate. Lei ha proseguito a suo modo. Non voleva che stessimo insieme: ero la più piccola, la palla al piede. Io fumavo per sentirmi più spensierata, per mettere a tacere le mie insicurezze, i disagi, volevo sentirmi figa come quelli che venivano considerati tali perché trasgredivano. Anche se lì per lì non me ne rendevo conto, per me era solo divertirmi. Mi faceva paura il giudizio degli altri, non riuscivo a esternare ciò che provavo, non riuscivo a litigare con nessuno, accettavo tutto per paura di essere abbandonata. Mi facevo andar bene tutto, ma in realtà non mi andava bene niente, neanche io mi andavo bene.

Ma l’insicurezza è cominciata prima delle canne, già alle scuole medie, quando ho cominciato a fumare le sigarette: mia madre era molto rigida, dura e io e mia sorella ci abbiamo sempre fatto la lotta. Io mi facevo andar bene le cose che imponeva, ma dentro stavo male. E allora mi ribellavo e mi sfogavo a mio modo, ogni tanto si andava a rubacchiare con un’amica. Ma solo per gioco. Anche con la scelta delle superiori ho dovuto accettare qualcosa che non mi stava bene.

Io volevo fare l’alberghiero: mi è sempre piaciuto cucinare e ora infatti lavoro nella pasticceria del punto vendita della Comunità, SP.accio, ed è una delle passioni che ho ritrovato. Ma gli istituti dove volevo andare io hanno sempre avuto fama negativa e allora mia mamma mi iscrisse al liceo sociale, che poi era la stessa scuola di mia sorella. Ma mi era partito l’embolo della ribellione: avevo quattordici anni, si sa com’è! A me piaceva studiare, eppure andavo malissimo apposta: era l’unico modo quello per farmi cambiare scuola. Infatti, visti i risultati, dopo un anno ho cambiato scuola e data la mia vena artistica ho deciso di studiare per diventare grafico pubblicitario, dato che ancora l’alberghiero non mi era possibile farlo.

Quando ho fumato la prima canna non ho pensato che ne avrei voluta un’altra: mi sono sentita strana, girava tutto, tossivo… poi quando è ricapitato ho fumato di nuovo. Un tiro qui, un tiro lì e vedevo che fumare mi faceva sentire sciolta, rilassata. Ero cicciottella alle scuole medie ed ero sempre presa di mira dai bulletti e questo non faceva che aumentare la mia insicurezza.

Quando sono andata alle superiori mi sono messa con questo ragazzo, S. . Essendo il mio primo ragazzo ero presissima. Eravamo piccini. E dopo qualche mese mi ha lasciato. Stavo malissimo, lo stomaco chiuso, i pianti. Non riuscivo a mangiare. Non avevo mai fame. Avevo bisogno di attenzioni e le richiamavo così. Ma allora non capivo. In poco tempo ho perso trenta chili. Il dimagrimento mi dava un po’ di sicurezza.

Vedevo che i ragazzini mi guardavano. Mi era venuto il fisichetto. I ragazzini mi riempivano di attenzioni. I miei erano preoccupati, ma la dottoressa mi disse solo di stare attenta e che non ero anoressica.

È in quel periodo che ho conosciuto D. … eh, D. …

Lo conosceva una mia amica. Io avevo sedici anni, lui undici più di me ed era appena uscito dal carcere. Lui era il classico tipo bello e maledetto. Io ero la classica adolescente molto insicura in cerca di protezione. Ho provato a ignorarlo all’inizio: cosa c’entrava con me? Nulla! Ma lui cominciava a cercarmi: ogni volta che passavo per il centro del paese mi chiamava e io scappavo, diventavo rossa e scappavo. Io non avevo niente a che fare con lui. Mi facevo solo qualche canna, ma chi non l’ha mai fatto? Ero una bimba brava, innocente e un po’ ingenua. Lui mi chiamava “bimba”… io vivevo nelle campagne della provincia, lui invece nel centro del paese, una metropoli a confronto.

Ma ero fragile, ferita perché S. mi aveva lasciato. E una sera, che ero un po’ fumata, l’ho chiamato e ho cominciato a uscirci insieme. Tutti mi mettevano in guardia. Io ero il giorno e lui la notte.

Lui era appena uscito dal carcere, per problemi legati alla droga e non aveva mai smesso di farsi. Lo sapevano tutti. Aveva cominciato a quattordici anni a drogarsi. Ne aveva ventisette e ancora continuava. Stava tutto il giorno al bar, beveva e si faceva. Il carcere ti costruisce una corazza ancora più spessa di quella che uno ha quando ci entra, non ti aiuta, è una giungla! Ma io, di coccio, pensavo di cambiarlo e mi attaccavo a lui tantissimo, e tutte le mie scelte iniziavano a dipendere da lui. Mi raccontava bugie e ci credevo.

Stavo sempre da lui e vedevo cose che non andavano, ma non volevo crederci. Se mi diceva che non si faceva, credevo fosse vero. Eppure c’era qualcosa che mi diceva che non era così. A volte stava via ore e mi diceva: “Bimba, sono andato da un mio amico”. Poi vedevo segni, li domandavo cosa fossero e lui me la rigirava e diceva che erano vecchi e che ormai aveva chiuso con quella vita, io ci credevo. E nel frattempo faceva di tutto per tenermi con sé, era premuroso mi faceva sentire amata.

Finché una sera decisi di andare a fondo. Andai via dalla gelateria dove lavoravo, suonai il campanello, ma niente, eppure a casa c’era: c’era la luce di camera sua accesa. Andai da sua mamma che aveva il turno di notte al lavoro, presi le chiavi di casa, tornai da lui e aprii la porta, iniziai a chiamarlo ma ancora niente, sentivo la televisione parlare, era in camera sua, corsi, spinsi la porta che era leggermente accostata, e lui era lì steso sul suo letto. In un attimo tutte quelle sicurezze alle quali avevo sempre cercato di aggrapparmi svanirono e sprofondai in un buco nero di paura. Era collassato, ma non era in overdose. Intorno tutti gli strumenti lanciati nel muro. Non era un’overdose. Lo sapevo. Presa dal panico gli saltai addosso e inizia a scuoterlo. Dopo poco si riprese. Fu un colpo. Per me lui era tutto e la verità mi distruggeva. Per lui ero andata contro tutti persino contro la mia famiglia. Credevo in lui. Ero innamorata…

Per questo ho fatto finta di niente e una sera, dopo aver litigato con mia madre sempre per lui, mi sono chiusa in camera, ho fatto le valigie e sono uscita dalla finestra. Volevo stare con lui sempre, non volevo gli succedesse qualcosa. Ma il modo lo trovava per farsi. Avevo troppa paura che andasse in overdose e allora gli feci una proposta: da quel momento si doveva fare solo davanti a me. Non volevo si sentisse male in mia assenza. Non sarei sopravvissuta. Ma non pensavo che quella situazione in poco tempo potesse diventare insostenibile: vederlo mentre si faceva e se ne andava nel suo mondo era per me durissima. Ero una bimba in fondo… mi faceva rabbia, non capivo perché mi dovesse tradire con quella roba. Cosa gli dava che io non gli davo? Come faceva a dire di amare me se non riusciva a fare a meno di lei?

Per questo ho cominciato. Con lui sono diventata maggiorenne. Che bella giornata è stata. Siamo stati all’isola d’Elba ed è stata proprio una bella giornata o almeno più rilassata delle altre, certo fumammo e facemmo anche altro, ma ormai era la normalità per noi. Lo so che è difficile da credere che sia stato bello. Ma è così. È stata una giornata speciale. Perché in quel momento mi andava così. Stavamo insieme ventiquattro ore al giorno. Ed è anche per questo che alla fine mi sono messa in situazioni più grandi di me. Lui non voleva che io mi facessi, perché gli era morta una ragazza di overdose. Se avesse saputo che avevo intenzione di farmi, mi avrebbe ammazzata di botte. Lui mai avrebbe immaginato che cominciassi. Non voleva perché ero la sua bimba. Non voleva perché sapeva cosa sarebbe successo. E allora cominciai fumandola.

A volte mi metteva le mani addosso, quando vedeva cose per lui strane. Ogni volta che litigavo con lui, tornavo a casa da mia mamma, ma poi era più facile tornare dal mio “amore” che stare con i miei. Ve l’ho detto, ero innamorata. E a casa mia la situazione peggiorava sempre di più. Soprattutto quando mio padre andò a vivere a Firenze: lui lavorava a cento chilometri da casa e non ce la faceva più a fare tutti i giorni avanti e indietro.

Per questo decise di prendersi una casa e tornare solo nel weekend. Ed è da lui che mia madre mi mandò: non mi voleva più, non voleva più che facessi avanti e indietro, non voleva più sopportare i miei insulti, la mia violenza, la mia ombra. Erano stati due anni d’inferno. Non ce la faceva più. E allora andai da babbo: pensai che sarebbe stato anche positivo staccarmi da D. . Ma mi mancava. In realtà mi mancava la roba.

A Firenze poi non sapevo neanche quale fosse il giro e non conoscevo chi poteva procurarmela. Per questo decisi di andare al SERT, un luogo che è un “supporto” per i tossicodipendenti, ti danno farmaci e ti seguono con psicologi e dottori. Solo che alla fine diventa il ritrovo dei tossicodipendenti. È facile beccare qualcuno lì ed è lì che ho conosciuto due ragazzi: si facevano entrambi ed è con loro che mi sono iniziata a fare in vena. È stato un caso. L’avevamo comprata insieme e loro la prepararono tutta per farsi, non lasciandomi niente per fumarla o pipparla. È stato lì che ho deciso di farmi. La mia prima volta è stata questa. Per me era uguale, o la fumavo o la pippavo o mi facevo: mi bastava solo sconvolgermi. Non mi ricordo quasi niente.

La prima volta che la fumi vomiti, ti devasta, ti sale gradualmente, prima ti dà allo stomaco e poi sei leggera, non ti pesa più niente, sembra tutto facile. La prima volta che mi sono bucata non ho vomitato, ho sentito un calore in tutto il corpo. Mi sentivo staccata, ero anestetizzata, senza sentimenti. Da quando ho iniziato comunque, anche quando la fumavo mi sentivo “libera” di essere completamente me stessa. Non me ne fregava più niente. Era diventata la mia fuga dalla vita, se litigavo o avevo un problema, pensavo che di lì a poco mi sarei fatta e avrei messo da parte tutto, non me ne sarebbe fregato niente. L’eroina mi aiutava a essere più stronza e superficiale.

Solo che poi passato l’effetto risaliva in superficie tutto, problemi, disagi, paure e io non sapevo come affrontarle. Con D. mi vedevo una volta a settimana. Litigavamo sempre. In realtà, quando andavo a Livorno lo facevo per la roba, non per lui. Andavo a Livorno quando non riuscivo ad andare a procurarmela a Firenze. Anzi il pensiero di vederlo mi angosciava, perché se aveva bevuto era violento.

Mio padre invece era buono. Anzi, è buono e fiducioso… è molto simile a me. E io mi approfittavo della sua bontà. È difficile non credere a un figlio e pensare che sia arrivato a fare tanto. Poi un tossicodipendente con la sua faccia di bronzo riesce a farti credere anche che gli asini veramente possano volare.

Mi rendo conto anche però che è difficile per un genitore accettare tutto questo. Successe che mi trovarono delle cose. Eppure neanche lì cambiò qualcosa: promisi, non mantenni la parola e continuai. Fino al giorno dell’incidente.

I miei erano in vacanza e io ero tornata a casa in provincia di Livorno, per occuparmi del nostro cane. Mia sorella non aveva tempo, era troppo presa dalla bimba. Per me, in fondo, era la situazione ideale: ero a casa, da sola, nel mio paese, non mi dovevo sbattere neanche più di tanto per trovare la roba. Un giorno ero in bicicletta per le strade del paese, stavo fuori come i terrazzi! Pedalavo felice su quel percorso di catrame che era sotto le mie ruote. Una strada lunga, dritta senza ostacoli e incroci. A dir la verità un incrocio c’era, ricordo solo la macchina che stava per venirmi addosso. Poi buio totale: alla fine sono andata io addosso alla macchina, perché non ho avuto i riflessi per frenare. Dopo il botto mi sono alzata, mi dava noia tutto: la gente intorno, quelli che mi tamponavano, il sangue. Pensa che con l’impatto mi si sono sfilati i denti del giudizio. Non era neanche il primo incidente. Anche il ragazzo sull’ambulanza mi conosceva.

Quando sono arrivata in ospedale mi hanno operato d’urgenza: avevo picchiato il mento e mi si erano rotti gli ossicini che legano mascella a mandibola. Quando mi fecero le analisi, mi trovarono di tutto. Sono stata a casa un mese e mezzo. È lì che è cominciato il cammino, credo. Fino ad allora, per drogarmi, avevo fatto di tutto. Avevo anche rubato un assegno a mio padre per poi comprarci dei biglietti per andare a Londra con D. . Ma poi lui era stato arrestato e il progetto di fuga era saltato. Pensa che quando lo arrestarono, andai in caserma dai Carabinieri, iniziai a insultarli e alla fine mi buttarono fuori. In realtà proprio il suo arresto è stato fondamentale. Perché mi ha aiutato a distaccarmi da lui. Litigavamo anche per lettera. Era una situazione insostenibile.

Comunque per la droga non ho solo rubato un assegno al babbo… per la droga ho rubato, sono scesa a compromessi, ho calpestato la mia dignità… fai di tutto per la droga. Anche perché non provi più niente, non dai valore a niente: se dici ‘troia’ a tua mamma, alla persona che ti ha messo al mondo, la donna che è la tua anima, come fai a dare valore a te stessa?

Dopo l’arresto di D. ho cominciato a farmi di brutto. Lui, in qualche modo, mi teneva. La sua assenza mi faceva sentire libera di fare quello che volevo. Lo ricordo poco quel periodo. Non dormivo, prendevo psicofarmaci. Non mi ero iscritta al SERT, trovavo altri escamotage per prendermi la roba. Quando non riuscivo, mi prendevo il metadone. All’inizio non riuscivo a dormire e la mia dottoressa mi aveva prescritto la valeriana, credo che la dottoressa non avesse capito che ero tossica.

Dopo poco tempo tornai da lei e le dissi che la valeriana non mi faceva niente e allora mi diede uno psicofarmaco per rilassarmi, del quale poi abusavo. Io non lavoravo, davo una mano al bar a mia sorella ogni tanto, ma non riuscivo a essere continuativa. O stavo male o arrivavo tardi o dovevo staccarmi, non avevo il senso della responsabilità del posto… usavo l’eroina, ma quando andavo a ballare prendevo anche ketamina, coca, l’MD, la speed, quelle più  sintetiche, per sballarmi. Non sapevo ballare senza droga. Cominciavo a divertirmi quando mi saliva un po’ l’effetto. Ma quanto è bello ballare senza droga? L’ho scoperto molto dopo.

Quando andavo a ballare finché non ero un po’ fatta non cominciavo perché avevo paura di essere giudicata, di non riuscire a essere sciolta. La prima volta che ho ballato davvero è stato in comunità e non avrei mai smesso, perché è bello… a me piace ballare, anche solo il fatto di riuscire a essere me stessa e fregarmene di tutti, mi sono sentita libera, questa volta libera davvero, libera con le mie forze senza bisogno di qualcos’altro che mi aiuti. Ma perché ho deciso di disintossicarmi?

Dopo l’incidente, dopo D. , ricordo che avevo un amico con cui mi facevo, che mi aveva detto di seguirlo in Spagna dove avremmo vissuto di spaccio, di musica, di sballo. Avevo appena preso i soldi dall’assicurazione per l’incidente e avevo pensato che sarebbe stata un’ottima occasione per partire. Ma io non amo i grandi spostamenti: i miei giri erano Livorno, Pisa, Firenze. Era aprile, stavo per compiere ventidue anni, non avevo un lavoro, a casa ero uno zombie, un’ombra, un fantasma, non mi calcolavano più, non riuscivo a immaginarmelo il futuro e questo fatto mi faceva anche passare la voglia di provarci a farlo, avevo perso la voglia di vivere. Non avevo neanche più il ragazzo, in Spagna non ci volevo andare. Un altro ragazzo con cui uscivo lo avevano arrestato. Le mie amiche non c’erano più, loro avevano smesso di cercarmi e io non avevo più cercato loro.

Conoscevo San Patrignano, sapevo che c’era andata una amica con il suo bimbo. È stato così che ho deciso. Mi ricordo che ero su un dondolo in terrazzo, fumavo una sigaretta e pensavo: ero arrivata a un bivio, o decidevo di vivere, vivere veramente, o decidevo di continuare a morire lentamente, perché quello stavo facendo; decisi, chiamai babbo e gli dissi che volevo entrare in comunità. Lui stette zitto e disse: «Mi prendi per il culo?». Già altre volte aveva provato a convincermi di fare questo passo ma sempre con esito negativo. Gli dissi di no e partii subito da Firenze per andare da lui. Il giorno dopo abbiamo cercato l’associazione a cui far riferimento e ho cominciato questo cammino.

Ho fatto quattro colloqui. Sono stata un mese a casa, anche se mentre ero a casa mi facevo. Riuscivo a uscire ogni tanto. Uscivo cinque minuti per portare il cane, facevo una deviazione e avevo una tipa che mi portava la roba a casa. Ho interrotto due giorni prima di entrare nella prima comunità: così sono stata due settimane senza riuscire a dormire.

È difficile spiegare cosa si prova in astinenza. Hai smania, non riesci a stare fermo, ti tirano i muscoli, sudi ghiaccio, in alcuni momenti hai freddo, in altri hai caldo, brividi e caldo si mescolano in un sudore che si raffredda… ti taglieresti tutto per interrompere quella sofferenza. Ti dai noia, vomiti, vai in bagno. Comincia il cammino vero. La solitudine, il disagio, la necessità e anche la fatica di confrontarti con gli altri e con se stessi, la realtà non più modificata dalle sostanze.

Sono quattro anni che sono qua in comunità. Cosa mi è mancato di più materialmente? Il mare.

Quando ho rivisto il mare la prima volta, faceva freddo, era gennaio: mi sono tolta i calzini e ho messo i piedi in acqua urlando di gioia.

Cosa mi è mancato di più, ma dal profondo del cuore? I miei. All’inizio del percorso non avevo voglia di tornare a casa: tutti pensano che quando entri ti mancano i tuoi genitori, in realtà no, perché sono quelli che ti asfissiavano e ti tormentavano. Poi quando inizi a star bene, ricominci a dar valore alle cose giuste e veramente importanti ed è quella vita che ti manca. Ora è un anno che ho una voglia fortissima di tornare a casa. In questo periodo, però, non sono mai voluta andare via perché un po’ avevo paura e un po’ sapevo che non mi avrebbe fatto bene andare via perché ero ancora instabile… quando stai meglio, ti comincia a mancare fare la passeggiata in libertà e pian piano cominci ad apprezzare le cose più piccole, come mangiare la pizza il giovedì sera o fare due chiacchiere in casetta con le coinquiline. Quando impari ad apprezzare queste cose piccole, ti viene la voglia di apprezzare tutte le altre… Ma la sensazione più bella è quando ti accorgi di sentire le emozioni di nuovo.

A me è successo un inverno, c’era la neve alta quattro metri. Era quasi un anno che ero in comunità. Ero lì, a spalare, ero con altre due con cui stavo bene. Mi sono sdraiata in terra sulla neve e in quel momento è cominciato a nevicare. Lì ho provato la prima emozione pulita. La vita è piena di emozioni: bisogna solo saperle gestire. Io ero arrivata al mio fondo, e dopo la decisione non vedevo l’ora di entrare in comunità, perché ero talmente fuori, talmente svuotata, talmente lontana da tutto che oltre non potevo più andare. Oltre c’era solo la morte. E sapevo che se volevo vivere dovevo smetterla.

Oggi penso che non vedo l’ora di vedere i miei, sereni nel vedermi stare bene. Non vedo l’ora di fare tante cose, di innamorarmi, penso che sono giovane e ho ancora tutta la vita davanti, penso che voglio seguire le mie passioni; penso che non voglio star male, che devo fare una cosa alla volta, penso che non devo essere insicura e che se le insicurezze ci sono si affrontano. Penso al mare, penso alla neve sulla mia testa, penso al sole nei miei occhi; penso agli occhi di chi un giorno potrò amare. Penso che l’amore non ti uccide, ma ti ridà la vita.

Penso che mi voglio bene, che sono bella, anche così: con le mie fragilità, i miei dubbi, i miei mille pensieri e questi occhi che cercano sempre approvazione. In quella voglia di solitudine che chiede di essere abbracciata, con un sorriso sempre aperto, in un abbraccio sincero, con la voglia di andare nella capitale, di viaggiare, ma senza allontanarmi troppo. Con quelle paure che dovrò affrontare giorno per giorno. Come tutti.

F.