Storie

Maremoto

Le gelide notti d’inverno. Le panchine nei parchi. I lampioni, le luci soffuse, il silenzio. I rumori della stazione a due passi da qui. Il mormorio della gente, e quella sensazione di solitudine dietro l’angolo, che aspetta soltanto che passi il mio torpore, la mia febbre sintetica acquistata con due banconote

Tutto questo è mio, anche se niente lo è in fondo. Cammino per le strade come se i miei ricordi potessero dire che tutto questo mi appartiene, che sono un abitante di questa città. Ma lo so che non è così. Sono anni che camminiamo, che ci fermiamo nelle piazze come relitti portati dalla tempesta che abbiamo dentro. “Nessuno naviga, in questo mondo. Puoi solcare distanze e obiettivi, ma sono sempre il mare e il vento a decidere dove andrai a finire”. Frasi poetiche che ho letto in biblioteca centrale, mentre cercavo un riparo, prima che mi sbattessero fuori. Avrei potuto studiare al posto di fare il barbone, a venticinque anni. Come sono arrivato a tutto questo? Perché, mi chiedo? Sorrido. È un sorriso amaro, che accompagna e domande senza senso. Io lo so come mai mi trovo qui. I furti in casa, poi fuori. Le delusioni che ho dato a tutti. Mi ricordo quello che è successo, e come ho reagito io ogni singola volta. È per questo che vivo per strada. Perché il peso di quelle scelte vive dentro di me, ancora oggi. Io non faccio questa vita, io “sono questa vita”. E lo sarò fin quando non deciderò di cambiare, sempre ammesso che allora avrò ancora l’opportunità di tornare indietro, costruire qualcosa ed essere altro. Avrei tanto voluto scrivere. Mi piace leggere, recitare, assistere a quel tipo di eventi frequentati da pseudo intellettuali, quella manica di alcolizzati e tossici salvati solo dalla famiglia, dal potere e dai soldi. Dei barboni come me. Barboni profumati, erò, quelli di gran classe. Quelli che potrebbero anche avere la fortuna di incontrare una donna con la sindrome da “crocerossina”, quelle che più stai male e sei stronzo, più loro si attaccano a te e cercano di navigare i tuoi casini. Cosa ci ha separato alla nascita, fratelli? Ma che importa. Tanto nessuno vuol più sapere niente di te quando cresci. Ci hai fatto caso, vero? Quando diventi grande le persone ti parlano solo per ottenere qualcosa, o per fregarti al massimo. Amici, fidanzate, conoscenti: stessa roba. Anche i familiari, in fondo, ti stanno vicino e ti coccolano solo per cercare un po’ di calore per se stessi, per tornarsene a casa loro e dirsi sottovoce “sei proprio un bravo papà”, o “una brava sorella”. “Gli voglio proprio bene a quello là”. Io non ci credo. E poi è inutile rivangare, io ormai non ho più niente di tutto ciò. Nella mia testa sono davvero intelligente, parlo e analizzo tutto, faccio proprio dei gran discorsi. Ma davanti a ogni cosa divento sempre la parte peggiore di me stesso. Un ragazzino incapace di controllarsi. Che dà la colpa al mondo di essere quello che è, e che urla al mare che l’ha trascinato fino a questo punto, stanotte, di fronte alla stazione. Un bambino con troppa barba per far pena a qualcuno. Ma non raccontiamoci favole, lo so già come va a finire. Si chiama “up and down”. Un meccanismo che dentro di me funziona in circolo, e che non ha mai fine. Inizialmente sto bene, insulto tutto e tutti, come se fossi un profeta, un eremita, che si gode il suo viaggio nel mondo. Come se tutto fosse un’enorme barzelletta. Poi mi sento solo. Ci penso un po’ su, e mi rendo conto che non sono solo, no. C’è ancora qualcuno che mi aspetta, a casa, o da qualche parte. Sento il senso di colpa spiarmi da dietro qualche angolo. Quanta gente ho lasciato a casa, ad aspettarmi? Mi guardo intorno, ricordo chi sono. Ricordo le luci soffuse, i rumori della stazione, i sacchetti che ho legati ai piedi, la puzza che fai quando non ti lavi per un mese. E poi arriva l’ultimo step: dimenticare. Acquistare una febbre sintetica, qualunque sia. Perché bisogna andare avanti. Perché a parole è facile, tornare indietro. Ma non penso che lo farò. Non fino a quando potrò farmi un altro giro di giostra. Perché in fondo lo so. Vivo aspettando che qualcosa vada storto. Qualcosa che spenga la luce per sempre. O che mi faccia così male da costringermi a tornare indietro.

Fred Tosse
“tratto dal Sanpa News – voci per crescere” n° 45