Un pezzo di ciò che è stato.

wefree - solitudine

A 21 anni, vado a Londra e trovo lavoro in un ristorante. Non stavo bene, non avevo amici e non parlavo con nessuno dei miei problemi. Nel frattempo mio fratello Gabriele mi raggiunge per lavorare e inizio ad uscire con lui ed altri amici, andiamo ai rave, smetto con la coca, ma inizio con le pasticche.
A 22 anni, torno in Italia per fare il militare, ma continuo sempre ad avere il solito stile di vita.
Non mi fido di nessuno, non ho nessuno.
Sono conosciuto, ben voluto, ma io non volevo, non potevo aprirmi.
La paura di legarmi per poi subire un altro abbandono mi frenava in tutto. Le relazioni con le persone le ho sempre vissute in questo modo, pensavo che volessero incastrami, che fingessero quando vedevo affetto da parte loro, che volessero umiliarmi e ridicolizzarmi. Non ci volevo cadere e quindi mi tenevo alla larga da tutto questo.
Non avevo relazioni vere, amici, confidenti.
In quel periodo conosco Costanza, era una brava ragazza, carina, simpatica e così iniziamo ad uscire. Ci mettiamo insieme.
Non sapevo accontentarmi di quello che avevo e così inizio anche con l’eroina e trascino con me Costanza.
Era una ragazza insicura, si vergognava era chiusa in sé stessa e la droga la aiutava a sbloccarsi, si illudeva, come me, che quello fosse l’antidoto alla sua timidezza ai suoi problemi.
Nel giro di un anno la nostra vita girava esclusivamente intorno a quella robaccia. Sto con lei per 7 anni, le volevo bene, ma fondamentalmente era anche quella una storia di sballo e basta. Ci drogavamo insieme, quello era ciò che condividevamo.
In quegli anni non sono stato bene per niente, mi drogavo, bevevo tanto.
Molte volte siamo stati male e una volta di queste mi spavento davvero. Infatti ho dovuto chiamare l’ambulanza.
Mi dico che forse era il momento di cambiare, dovevamo andare in comunità. Ma mollo quasi subito, il coraggio di affrontare la mia famiglia, le mie paure non c’era.
Passano altri tre anni e mezzo, nei quali sto con un’altra ragazza, Barbara. Facciamo l’impensabile. Finisco anche in galera e tornando un po’ più lucido del solito, mi rendo conto di come mi ero ridotto.
Così prendo la decisione di smettere, mi ero stancato di quella roba, mi aveva tolto tutto.
Non ero più niente. Non ero più nessuno.
Ero arrivato alla frutta, niente di quello che facevo mi rappresentava più.
Mi ero trasformato in un’altra persona, non ero io, non mi riconoscevo più. Avevo bisogno di ritrovarmi.
Ero talmente fuori, sempre, che non riuscivo a rendermi completamente conto più di niente.
Ero anestetizzato, le emozioni scorrevano lente.
L’unica mia opportunità era entrare in comunità. Così feci richiesta per San Patrignano finché non mi fecero entrare.
Negli anni che ho trascorso qui dentro mi sono impegnato per diventare un uomo migliore. Ora mi guardo allo specchio e spero un giorno o l’altro di potermi perdonare davvero.
È dura.
Fuori ho perso gli anni più belli della mia vita, la droga me li ha completamente strappati via.
Mi ha annullato, annientato.
Ma in fondo ho perso molto di più di questo.
Ho perso la fiducia in me stesso, ho perso un pezzo importante di me che è stato molto faticoso e complicato ritrovare.