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La “nascita” del dolore cronico
Come una condizione di pochi è stata trasformata in un’epidemia
Dal dolore che affligge i pazienti affetti da tumore, al mal di schiena. Il dolore che è sempre lì, che non se ne vuole andare e che influenza duramente le capacità dell’individuo di portare avanti le proprie attività quotidiane e che deteriora inesorabilmente la qualità della vita.
Parliamo di dolore cronico che secondo le principali Società di Terapia del Dolore, affliggerebbe il 25% della popolazione. (Bonica’s Management of Pain, “History of Pain Concepts and Therapies,” 2001).
Fino a 30 anni di questo problema quasi non se ne parlava e le terapie a disposizione non erano molte. Negli ultimi anni invece è come se il problema fosse esploso, di pari passo con il boom di farmaci antidolorifici oppioidi. Un mercato che ha raggiunto livelli record in USA, seguito, al secondo posto, dal Canada.
Solo nel 2010, in USA sono stati prescritti tanti farmaci da soddisfare, a livello teorico, l’80% di tutti gli americani. In base a dati di IMS Health, sono state firmate qualcosa come 244.3 milioni di antidolorifici oppioidi. Vicodin, Oxycontin, Percocet, sono tra i farmaci più efficaci ma sono anche quelli con il più alto rischio di dare dipendenza. Vanno a colpire direttamente il sistema nervoso, coinvolgendo le aree responsabili delle percezione del dolore e bloccandone la trasmissione del segnale. E funzionano così bene che molti di coloro che ne fanno uso, oltre ad apprezzarne l’efficacia analgesica, sembrerebbero gradire, in modo particolare, l’effetto di beato obnubilamento che provocano.
Il Dr. Allan Gordon, direttore del Wasserman Pain Center dell’ospedale Mount Sinai di Toronto, cura ogni anno centinaia di persone e conosce bene quanto questi farmaci siano efficaci e al contempo pericolosi. Sa anche molto bene cosa ha determinato l’esplosione di questa epidemia di dolore cronico.
D: Come mai il dolore cronico è diventato un problema così diffuso. Cos’è che ha contribuito all’esplosione del mercato degli antidolorifici?
"Negli ultimi 30, 20 anni la situazione è cambiata radicalmente. Il dolore ha ottenuto un riconoscimento che prima non aveva. Un tempo non era nemmeno una branca della medicina. Poi finalmente i medici hanno iniziato ad inquadrarlo come un vero e proprio disturbo anche perché si è visto che tra neuropatie diabetiche, da stato tumorale, mal di schiena ecc. ci sono molti tratti comuni e quindi si è potuta costruire un’intera scienza del dolore”.
D: Cosa ha reso possibile questo processo?
"La cosa interessante è che prima che la comunità scientifica si rendesse conto che il dolore avesse diritto ad una sua branca di studio, ad una sua disciplina ecc., c’è voluto un po’ di tempo. Per il dolore non è stato come per il cancro o la sclerosi multipla che hanno lo loro associazioni deputate. Il dolore ha dovuto essere, per così dire, “fabbricato”. Man mano che sempre più persone si rivolgevano ai dottori lamentando il problema, la scienza ha iniziato a riconoscere che c’era qualcosa su cui indagare e così la disciplina ha iniziato a crescere. In più, c’è stato un grosso input proveniente dalle case farmaceutiche che producono farmaci antidolorifici che hanno potuto fare leva anche sul fatto che il dolore ha una grossa ricaduta sull’economia e l’efficienza di un paese. Nonostante tutto questo credo però che il dolore non abbia ancora ottenuto il riconoscimento che merita”.
D: Cosa ha portato i medici a somministrare oppioidi?
"All’inizio venivano somministrati solo ai pazienti affetti da qualche patologia tumorale e i medici erano molto cauti ben sapendo che se usati male, potevano dare dipendenza. Poi negli ultimi 30 anni la somministrazione di queste droghe anche ad altri pazienti ha iniziato a diventare più comune. Inizialmente si è iniziato ad usarli in maniera molto libera per poi notare che invece era meglio somministrarli solo in casi eccezionali e in modo oculato. Contemporaneamente le case farmaceutiche hanno fiutato l’occasione intuendo che per questi farmaci ci poteva essere un mercato interessante. Poiché si trattava di prodotti efficaci, era un peccato utilizzarli solo in casi di patologie tumorali e così hanno iniziato a spingere nella direzione di un loro più ampio utilizzo puntando su un ampio ventaglio di pazienti. Basti pensare che la terapia del dolore ha subito iniziato ad essere associata anche ad altri tipi di farmaci come antiepilettici e antidepressivi”.
D: Cosa fai per ridurre il rischio di dipendenza?
"Il rischio di diventare dipendenti da sostanze riguarda il 10-12% della popolazione. Il fatto è che se ad una persona che ha già una predisposizione alla dipendenza, vengono somministrati farmaci oppioidi, è molto probabile che questa persona finisca per diventarne dipendente, con tutto quello che questo comporta. Prima quindi di trattare i pazienti che soffrono di dolore cronico, è molto importante effettuare quello che chiamiamo “risk assesment” (accertamento del rischio) che ci aiuta a capire se la persona in oggetto ha una storia di alcolismo, di fumo di sigaretta, consumo di droghe, magari depressione, se nella sua famiglia ci sono state storie di dipendenza ecc. In caso di presenza di questi elementi, nel momento in cui il paziente utilizza analgesici oppioidi, il rischio di dipendenza è molto alto”.
D: In alcune aree, il mercato dei farmaci da prendere su prescrizione medica sono grandi quanto il mercato di droghe illegali. Come mai?
"In molte città il consumo di farmaci da prendere su prescrizione medica è grande quanto quello delle droghe illegali come eroina o cocaina e penso che dipenda dal fatto che queste droghe, per un grosso numero di persone, sono molto accessibili. Comprarle legalmente e rivenderle illegalmente è relativamente facile. Inoltre le persone si sono accorte che comprando o rubando questi farmaci, si potevano fare affari e quindi si è formato un mercato illegale che ha fatto esplodere il problema della dipendenza e del trasferimento di farmaci da farmacie e ospedali nelle sacche dell’illegalità. La situazione è grave e complicata anche perché non è ben chiaro quanti di questi farmaci arrivino ai pazienti e quanti prendano invece altre strade”.
Secondo l’American Academy of Pain Medicine, la dipendenza riguarda il 4% di pazienti. In realtà, se si prendono in considerazione quelli che vengono chiamati “aberrant drug related behaviours”, i casi di dipendenza sono molto di più.
Per approfondimenti sull'argomento vedi anche:
Il traffico delle malattie, di Carlo Forquet
dal sito di San Patrignano
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