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E se la psichiatria fosse una bufala?
Siamo sicuri che gli psicofarmaci funzionano? Forse a pochi verrebbe in mente di essere in dubbio eppure da diversi anni sono molti tra psichiatri e giornalisti scientifici ad aver deciso di prendere una posizione critica in merito.
A fare il punto della situazione ci ha pensato Marcia Angell, esperta di medicina sociale della Harvard Medical Scholl ed ex Direttore responsabile del New Engalnd Journal of medicine. Insomma, non proprio l'ultima arrivata.
Le sue idee le ha esposte chiaramente in un lungo articolo pubblicato in due parti sulla New York Review of Book dove prende in esame alcuni degli ultimi libri scritti sul tema e molto critici nei confronti della moderna psichiatria e dei suoi farmaci. Da The Emperor’s New Drugs: Exploding the Antidepressant Myth, di Irving Kirsch, uno psicologo clinico della Università di Hull in Inghilterra, ad Unhinged: The Trouble With Psychiatry—A Doctor’s Revelations About a Profession in Crisis, di Daniel Carlat, Professore di Psichiatria presso la Tufts University School of Medicine di Boston nonché direttore responsabile della newsletter scientifica "The Carlat Psychiatry Report" fino a Anatomy of an Epidemic: Magic Bullets, Psychiatric Drugs, and the Astonishing Rise of Mental Illness in America, del giornalista scientifico Robert Whitaker.
Partendo da prospettive diverse tutti e tre gli autori arrivano alla stessa critica conclusione. Gli psicofarmaci sono una presa in giro e la psichiatria sarebbe tutt'altro che scientifica.
Quel che è certo è che negli ultimi 50 anni la psichiatria avrebbe effettuato un cambio radicale di rotta. Il focus si sarebbe spostato dalla mente al cervello per arrivare a sostenere un modello biologico della malattia mentale.
L'idea è tutto sommato semplice, se il cervello funziona grazie a impulsi elettro - chimici, allora per aggiustarlo, oltre all'elettroshock si puo' percorrere la strada, apparentemente più indolore, della chimica, quella segnata da farmaci psicoattivi la cui prescrizione è da sempre appannaggio degli psichiatri. Così facendo, la psichiatria sarebbe diventata in poco tempo la beniamina delle case farmaceutiche che nelle malattie della mente avrebbero trovato un nuovo gigantesco mercato.
In pasi come il Nord America, quella delle malattie mentali è una vera e propria epidemia. Secondo dati raccolti da uno studio finanziato dal National Institute of Mental Health (NIHM) il 46% del campione sarebbe rientrato nelle categorie istituite dalla American Psychiatric Association per la classificazione delle malattie mentali. In pratica quasi la metà della popolazione potrebbe considerarsi malata di mente. Un numero che spaventa specialmente alla luce del fatto che la realtà americana, tutto sommato, non è così distante da noi.
"Purtroppo - spiega Edward Shorter, storico della medicina dell'Università di Toronto - la medicina americana è la stella polare della ricerca medica. Quello che succede negli USA poi accade anche nel resto del mondo", specialmente in quei paesi come la Cina dove la classe media è in rapida crescita e dove il settore delle malattie mentali è ancora in uno stato quasi embrionale.
Ma di fronte all'epidemia che sta investendo gli Stati Uniti, le domande sono molte. Siamo tutti più malati? Siamo sempre stati malati ma siamo semplicemente più diagnosticati? O sono forse le definizioni psichiatriche che si stanno sempre più allargando arrivando ad includere sempre più persone, persone che fino a ieri potevano essere considerate "normali"?
E poi ancora, funzionano questi farmaci? Se così fosse le malattie mentali dovrebbero essere in calo non in crescita?
A rispondere a queste domande è la stessa Angell attraverso un excursus della storia della medicina. Se all'inizio era in voga il modello freudiano e gli psichiatri erano interessati alla psicopatologia, alla storia del paziente, a poco a poco le storie individuali hanno perso interesse e sono state sopraffatte da elenchi di sintomi e modelli biologici.
Ad invertire la rotta sarebbe stato l'avvento del concetto di "squilibrio chimico". Una teoria che, come la stessa Angell spiega, è diventata ampiamente accettata dai media, dall'opinione pubblica e dalla professione medica nel 1987, in concomitanza dell'introduzione del Prozac sul mercato. Il Prozac infatti fu commercializzato proprio come un farmaco in grado di correggere la carenza di serotonina cosiddetta "tipica" dei depressi. Nei dieci anni seguenti il numero di casi di depressione curati chimicamente triplicò tanto che gli americani dai 6 anni in su che consumano regolarmente antidepressivi sono ormai il 10% della popolazione.
In tutto questo, in fondo non ci sarebbe nulla di male, se questi farmaci funzionassero.
Perché secondo medici e studiosi, pare che non sia così. Secondo Irving Kirsch, autore de The emperor's New Drugs certi psicofarmaci funzionerebbero poco meglio di un placebo. A questa conclusione vi sarebbe arrivato dopo aver analizzato i test clinici consegnati alla FDA per l'approcazione di 6 tra gli antidepressivi più utilizzati tra il 1987 e il 1999. Parliamo del Prozac, di Paxil, Zoloft, Celexa, Serzone ed Effexor.
"Ebbene - scrive Kirsch - per l'approvazione di questi farmaci sono stati consegnati alla FDA un totale di 42 test, di cui la maggior parte con esito negativo. Rispetto a questi farmaci, i placebo hanno un'efficacia dell'82% come misurato dalla scala di Hamilton per la depressione. Insomma gli antidepressivi sarebbero poco più efficaci di un placebo, una differenza di 1.8 punti che anche se statisticamente significativa, dal punto di vista clinico non ha rilevanza. Ma poiché si è fatta molta pubblicità sui pochi studi positivi preferendo far calare il silenzio sui molti negativi, si è presto diffusa la convinzione che questi antidepressivi fossere molto efficaci".
Del resto, spiega Angell, "quando sono stati sintetizzati, questi farmaci non erano stati pensati per la cura delle malattie mentali". Si tratterebbe in effetti di derivati di farmaci pensati per la cura di infezioni e solo casualmente si sarebbe visto che avevano una qualche capacità di alterare gli stati mentali.
Naturalmente, pero', la teoria dello scompenso chimico ha fatto breccia tra le fila dell'industria farmaceutica. Da quel momento i rapporti tra case farmaceutiche e medici universitari si è rafforzato fino al punto che si stima che dei 170 psichiatri preposti alla redazione dell'ultima edizione del DSM, ben il 95% conta rapporti di lavoro con le corporations del farmaco.
Sarà un caso, ma negli ultimi 50 anni, il DSM, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, nonché bibbia della disciplina psichiatrica, ha visto esplodere il numero delle malattie.
Se l'edizione del 1952 conteneva 128 malattie, la quarta e attuale edizione, uscita nel 1994, ne contiene 357 mentre quella di prossima uscita sembra destinata a vedere la lista allungarsi ulteriormente. Oltre a nuovi disordini in molti casi si assiste ad un allargamento dello spettro del disagio così da includere anche soggetti che ne soffrono in maniera lieve, episodica. Come a dire, che si soffra di disturbo di ansia vero e proprio o di un senso generalizzato di preoccupazione che qualcosa possa accadere, siamo tutti malati.
Del resto, lo spiega Carlat nel suo libro, "a differenza delle altre branche della medicina, nella psichiatria non ci sono indicatori oggettivi di malattia mentale, non ci sono dati di laboratorio incontrovertibili, o risultati ottenibili con la risonanza magnetica per imaging che segnino il confine tra normale e malato. Proprio per questo, in mancanza di confini chiari è possibile estendere i confini diagnostici e magari creare nuove diagnosi, in un modo che in altre branche della medicina sarebbe assolutamente impossibile. Ma le case farmaceutiche hanno ogni interesse a spingere gli psichiatri in questa direzione".
L'articolo di Marcia Angell, The Epidemic of Mental Illness: Why? sulla New York Review of Book:
- (23 giugno 2011) parte 1
- (14 luglio 2011) parte 2
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