Storie

Correre

Sempre più veloce, senza mai voltarsi indietro. Correre scordandosi di avere un limite. Correre senza pensare al fiato, alle gambe, al nastro d’asfalto scuro e ruvido che scorre sotto i te. Correre come se dovessi rincorrere la cosa più importante della tua vita mentre ti sfugge tra le dita. Correre perché in realtà c’è qualcosa che ti insegue, qualcosa che non vuoi, da cui stai scappando da una vita

Solitamente l’adrenalina ti dà al cervello, mentre corri. Non riesci più a pensare. Io infatti corro praticamente ogni minuto della mia vita. Corro per non pensare, per fuggire. E nel frattempo continuo a raccontare che corro per sentirmi libero. Perché mentre corro non appartengo a niente e a nessuno, né al “prima” né al “dopo”. In effetti non importa nemmeno raccontarlo, perché mentre corri ogni parola sfugge, ogni persona sparisce, come se in realtà non fosse mai esistita. “Correre senza mai voltarsi indietro”. Questo dicevo, a tutti e a me stesso, continuamente. Mi ricordo di quando non correvo. Ero come gli altri, omologato al sistema. Non ero fatto per restare indietro, non  potevo essere meno di loro. Sapevo di poter correre più di loro. Penso di averlo sempre saputo. La vita fa schifo, a se corri lo schifo non riesce a prenderti. Puoi correre via da chi non ti accetta, da chi ti vorrebbe debole, da chi ti impone le sue regole, dalla scuola e dai carabinieri, dagli amici sfigati e dalla tua famiglia. Sono sempre stato abituato a correre, mi sono sempre allenato. Ma solo da quel giorno ho cominciato a correre davvero. Mia madre mi ha fatto le valige, mio padre non diceva niente. Per loro io correvo troppo, non potevamo vivere nella stessa casa. Correre. Senza mai voltarsi indietro. In strada devi imparare a correre davvero, altrimenti ti conviene tornare indietro. Io sapevo correre, ero più bravo degli altri. Ogni giorno correvo sempre un po’ più forte, per imparare a sentirmi libero. Come l’aria che mi corre dritta in faccia, e che dietro di me incatena i miei problemi, i miei pensieri, mentre io continuo a correre. La mia mente correva più veloce delle altre: prima di muovere le gambe avevo già iniziato a correre. Quella sera ho dovuto, era la mia ultima chance. Sapevo che sarebbe arrivato quel momento. Era il momento di correre oltre quel limite. La vedevo da lontano. Erano le dieci di sera. Ero calmo come il mare che ha in serbo la tempesta dietro due nuvole bianche. Quando il mondo meno se l’aspettava, in mezzo al silenzio, ho iniziato a correre. Correvo così veloce che non ho fatto in tempo a pensare, o a fermarmi. Ho continuato a correre mentre le mie mani hanno strappato via quella borsa dalla spalla di quella donna, che camminava piano lungo le strade del paese, senza immaginare quanto mi fossi allenato a correre. Continuavo a correre mentre lei cadeva a terra, senza nemmeno capire cosa fosse successo. Era fatta. Avevo superato un altro limite. Non so per quanto tempo ho corso. Di sicuro non mi sono voltato. Ero abituato a non voltarmi più indietro, perché se giri la testa sei finito. Ho controllato quanto mi era valsa quella corsa. La corsa più veloce della mia vita. Smartphone, trucchi, ombrello tascabile. Assorbenti, un’agenda. Eccolo. Il portafogli. Sono duecentocinquanta euro. Più quattro euro e venti in moneta. E poi la vedo. Quando corri veloce le persone sono solo delle macchie, le parole non esistono. I tuoi pensieri li porta via il vento che la vita ti sputa in faccia. Vedo la carta d’identità. Mentre corri non appartieni né al “prima” né al “dopo”. Mentre corri ti sembra di non essere più nessuno. Su quella carta d’identità c’era la foto di mia madre. Raggomitolato sul ciglio di una strada secondaria, in quel paese sperduto tra i monti, restavo fermo con quelle cose in mano, chiedendomi come diavolo avessi fatto a non riconoscerle. Continuavo a pensare a mia madre, in terra, qualche chilometro più in là. E pensavo che non sarei mai potuto tornare indietro. Mai più. Continuavo a stare fermo, ma in realtà mi ero voltato. Non sapevo più chi ero, non sapevo più da che parte correre. E non capivo se il mio passato mi avesse raggiunto, o se avesse smesso di inseguirmi.