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Io sono qui

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Adoravo il mio papà. Per me era un eroe e facevo di tutto per stare insieme a lui. Non faceva in tempo a rientrare dal lavoro che ero subito lì, pronto a proporgli qualcosa da fare insieme. Qualche volta mi portava anche al bar con i suoi amici e per me era bellissimo

Faceva tanti lavori in posti diversi e per questo motivo ci siamo trasferiti molte volte. Città e case nuove. Come le scuole e gli amici. Avevo 11 anni quando mio padre ci comunicò che aveva cambiato attività, che saremmo andati ad abitare in una casa molto grande con un giardino immenso, dove c’era pure la piscina, e che non si sarebbe più dovuto spostare per lavoro. Si sarebbe dedicato all’allevamento di cani. Arrivarono tantissimi cuccioli. Io ero al settimo cielo. Amavo i cani e non vedevo l’ora di giocare con loro. Crescevano, arrivavano nuovi cuccioli e per me era un divertimento continuo. Passavo un sacco di tempo con loro e con mio padre. In quel periodo facevamo tante cose insieme, condividevamo anche alcuni segreti. Incontrava delle donne, ma questo non dovevo dirlo a nessuno. Non volevo dire bugie alla mamma, ma allo stesso tempo non volevo tradire mio padre. Mi sentivo in mezzo e non sapevo come fare. Soffrivo molto per quella situazione, ma non parlavo mai con nessuno, non mi confidavo, mi tenevo sempre tutto dentro. A casa il clima non era bello per niente. I miei genitori litigavano spesso e mio padre era sempre arrabbiato, aggressivo e violento. Spesso beveva. Non capivo il perché fosse cambiato così tanto e speravo tornasse il prima possibile quello di una volta. Io comunque continuavo ad amarlo: era il mio punto di riferimento, il modello a cui aspiravo. La scuola non mi piaceva e neanche studiare. Amici ne avevo solo due, i peggiori della classe. Combinavo sempre casini, rubavo, spesso litigavo con i miei compagni, e arrivavo spesso alle mani. I professori erano preoccupati e convinsero i miei genitori a mandarmi da uno psicologo. Ma la situazione non migliorò. Una sera mi trovai nel campetto vicino a casa con un gruppetto di ragazzi più grandi di me. I fighi della scuola. ‘Fumi?’. Si stavano passando una canna. ‘Certo!’. Non era vero. Non lo avevo mai fatto, ma come potevo rispondere di no? Mi batteva il cuore… me la stavano passando, la presi e la fumai. Da quel giorno iniziai a fare le stesse cose che facevano loro. Saltavo quasi sempre le lezioni e mi trovavo con loro nel parco vicino alla scuola per fumare e bere. In poco tempo diventai un teppista. In città mi conoscevano tutti.

Un giorno rubai dei profumi in un negozio e li portai in classe per fare il figo con le mie compagne durante la ricreazione. Mentre stavo distribuendo a tutte il mio ‘bottino’, si spalancò la porta dell’aula. C’era la polizia, con al seguito il preside, gli insegnanti e mia madre. Un bel casino! Mi avevano beccato attraverso il video della sorveglianza posizionato nel negozio. Sentivo i loro occhi puntati addosso.

Mio padre non c’era. La sua assenza mi stava distruggendo più di ogni altra cosa. Si vergognava di me. Lo sapevo che era per quello che non si era presentato. Lo avevo deluso, non riuscivo mai ad essere il figlio che lui avrebbe voluto. E più ci provavo più facevo peggio. Soffrivo tremendamente e per non sentire quel peso sul cuore, collezionavo una cazzata dietro l’altra. E lui si allontanava sempre di più. La situazione era grave, avevo 14 anni e la mia vita era un vero macello. Dopo la denuncia arrivarono gli assistenti sociali e mi mandarono in una struttura per minori. Dovevo andarci tutti i pomeriggi dopo la scuola. A casa il clima era sempre più teso. Quando la sera tornavo a casa per cena, cercavo di stare il meno possibile a tavola. Mio padre non lo guardavo neanche negli occhi. Ero arrabbiato con lui perché non mi considerava più, perché non mi voleva. Sentivo un male dentro che non riuscivo a fermare. In quella struttura per minori conobbi ragazzi più grandi di me. Con uno di loro legai in modo particolare. Uscivamo insieme anche la sera. Feste, alcol e pasticche. Arrivarono anche quelle e non ci pensai un secondo a dire sì quando me ne venne offerta una per la prima volta. Da quel giorno andare alle feste voleva dire sballarsi, altrimenti non aveva senso. All’età di 15 anni mi trasferii con la mia famiglia in un’altra città. Il quartiere in cui andai a vivere era conosciuto perché era pieno di tossici. Mi feci subito due amici. Erano simili a me e ci piaceva fare le stesse cose.

Andavamo alle feste, fumavamo canne, prendevamo pasticche, facevamo casino nelle case abbandonate. Nel quartiere c’era un ragazzo molto più grande di noi e usava l’eroina. Io e i miei amici conoscevamo quella sostanza, c’erano un sacco di persone che la usavano, sapevamo che era pericolosa. Ma ci sentivamo più forti, più furbi dei tossici. A noi non sarebbe successo niente. Non saremmo mai finiti come loro. Così un giorno decidemmo di provarla. Volevamo fare i grandi, quelli tosti, ma dentro di noi avevamo una paura fottuta. Sapevamo che quella roba non bisognava prenderla, ma non potevamo tirarci indietro, ormai avevamo deciso. E per tutti fu la prima volta con l’eroina. Da quel giorno non potei più farne a meno. Mi sembrava di avere trovato il modo di cancellare l’inferno che avevo dentro di me. Invece stavo precipitando sempre di più. Mi stavo annullando completamente, senza neppure rendermene conto.

La scuola andava sempre peggio e in seconda superiore mi bocciano. Ormai non me ne fregava più niente di nessuna cosa. L’importante era divertirmi con gli amici e drogarmi. Cercavo comunque di tenere tutto nascosto ai miei, sapevo bene che mio padre mi avrebbe rovinato se avesse scoperto che ero diventato un tossico. Ma un giorno scoprì tutto. Io andavo ad aiutarlo al lavoro e tenevo sempre maglie a maniche lunghe, anche quando faceva caldo. Un giorno mi prese il braccio, tirò su la manica e… Quel giorno mi riempì di schiaffoni e anche io alzai le mani su di lui. Gli urlai addosso tutte le cose che mi avevano fatto male in quegli anni, tutte le volte che non mi aveva considerato e che non mi aveva fatto sentire all’altezza, tutti i segreti che avevo dovuto tenere per lui.

Da allora cercò di darmi una mano, mi mandò al Ser.T. e poi in una comunità di recupero nella zona. Ma dopo poco scappai. Continuai con quella vita per altri due anni. Con mio padre non avevo più nessun rapporto, mia madre era distrutta dal dolore nel vedermi fare quella vita e a scuola non ci andavo più. Passai due anni di niente: rubavo e mi drogavo. I soldi non erano mai abbastanza. Mi unii a dei delinquenti del mio quartiere e con loro facevo rapine su rapine. Finché un giorno ci arrestarono. A me diedero due anni. Da quel momento la mia vita è stata così. Mi imbottivo di psicofarmaci e di droga. Entravo e uscivo dal carcere. Un giorno incontrai la mamma di un mio amico che era entrato in una comunità, San Patrignano. Lei mi parlò della possibilità di cambiare vita, che suo figlio ce la stava facendo, e mi accompagnò all’associazione collegata alla Comunità. Io però non volevo iniziare il programma, non volevo partire, sarei dovuto stare via tanti anni. Non ci pensavo neanche. Poi una notte feci un sogno. Sognai il mio funerale. C’erano mio padre, mia madre e le mie sorelle. Dopo due giorni andai in overdose. Ero vicino a casa mia, nel mio quartiere. Ricordo che era inverno perché c’era la neve, tanta neve. Stavo tornando a casa, mi stavo avvicinando al portone d’ingresso, poi il buio. Sono caduto nella neve. Non so quanto tempo passò. Mi trovarono i bambini del mio palazzo che stavano giocando in giardino. Le loro mamme chiamarono subito l’ambulanza. Riuscirono a salvarmi per miracolo e mi portarono all’ospedale. Ero stremato e mi addormentai. Quando mi svegliai accanto a me c’era mio padre. Solo lui. Non si era accorto che mi ero svegliato e parlava tra sé e sé. Sentii una frase che mi è sempre rimasta dentro: “Da solo non ce la fai, hai bisogno di aiuto e io sono qui”. In quel momento lo sentii vicino. Forse per la prima volta dopo tanto tempo. Sentivo che in quel momento stava pensando a me. Se era lì voleva dire che gli interessavo. Quella frase mi entrò in testa e fu la spinta che aspettavo per fare la scelta di entrare in Comunità a San Patrignano.

All’inizio fu difficilissimo. Ero completamente spaesato. Per un anno intero non ho potuto vedere i miei genitori. Poi vennero a trovarmi in Comunità e ho avuto la possibilità di dire loro tutte le cose che mi avevano sempre fatto stare male. Ho potuto recuperare il rapporto con loro e con le mie sorelle. Ho potuto conoscerli davvero, scoprire che persone sono. Ho perdonato mio padre per il suo carattere e per le mancanze che ho sempre sentito. Poco tempo fa sono anche tornato a casa per la prima volta e ho trovato una situazione completamente diversa da quella che avevo lasciato. I miei genitori ora vanno d’accordo e anche se sono separati hanno un bel rapporto. Il clima è molto più rilassato. Mio padre ha una nuova compagna ed è molto più tranquillo di un tempo. Mia sorella più piccola abita con mia mamma, mentre quella più grande si è sposata e adesso ha anche un bimbo. Tornando a casa ho trovato una famiglia felice e questo mi fa stare bene. Sono 3 anni e 10 mesi che sono in Comunità e oggi mi sto costruendo un futuro. Sto facendo un corso di formazione al ristorante di San Patrignano “Vite” e quando finirò il percorso vorrei trovare un lavoro in qualche ristorante, perché mi piace molto quello che sto facendo e vorrei continuare a farlo. Oggi sono una persona diversa e mi piace.

Paolo