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Mi Fermo un Attimo

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Sono passati tre giorni. Interminabili. Vengono a prendermi dalla cella di isolamento. Stare in quel posto è duro. Starci in astinenza è atroce. La luce del sole mi ferisce gli occhi. Ho freddo e mi fa male dappertutto. Non riesco a camminare, mi trascino. Cado, ma mi rialzo. Risate, imprecazioni, schiamazzi. Qualcuno mi urla “bentornato”. I rumori del 5° raggio del carcere di Spalato mi accolgono. Tra poco sarà tutto finito. La voce dell’oblio mi sta già chiamando, calda e rassicurante. Devo solo arrivare in cella e sparirà tutto. Guardo il corridoio, buio, lungo. Minaccioso. Per un attimo risale la furia. Feroce, crudele. Come quella che si è impossessata di me quando mi è stato negato di vedere mia figlia. La mia bambina. L’unico raggio di sole nel buio della mia esistenza. L’unica persona che dà ancora un senso alla mia vita, l’unica persona che la rende ancora degna di essere vissuta seppure nel modo orrendo e distruttivo in cui lo sto facendo io. Ho spaccato tutto e continuato a farlo fino a quando mi hanno immobilizzato, ho sentito un ago entrarmi nel braccio. E poi buio. La cella 221 mi accoglie in tutto il suo squallore. Una topaia umida e puzzolente di due metri per due che condivido con tre personaggi che sembrano usciti da un film horror. Non detenuti qualsiasi. Persone che possono ucciderti anche solo se non rientri nelle loro simpatie. Ma non è un mio problema. Io sono un reduce di guerra. Sono un ex berretto rosso, ho combattuto in Bosnia per quattro anni, la più grande guerra dopo quella mondiale, dove ho visto e fatto cose tremende. Persone come me in posti come questo hanno ‘il rispetto’ degli altri, perché quello per loro stessi lo hanno perso già da tanto tempo. Uno dei tre è il mio fornitore ufficiale. Mi vende la droga che io poi rivendo e che, naturalmente, uso anche per me. Non posso resistere un minuto di più. Devo farmi subito. Il tipo mi guarda dalla sua branda e mi fa un cenno. So dove si trova. Devo solo prenderla. E il dolore che mi porto dentro scomparirà. E mi sentirò fiducioso. E sicuro. Riuscirò a sentirmi a mio agio persino in un posto come questo. In un angolo della cella c’è un water. Una lurida tazza che nessuno si preoccupa di lavare da non so quanto. Mi chino su di essa. Il fetore mi assale, mi fa rabbrividire, mi scuote. Non mi muovo. Mi fanno male le ossa ed i miei movimenti sono lenti. Dietro la tazza c’è una piastrella. La sposto. C’è un buco. Infilo il braccio e comincio a tastare. La roba sta lì, insieme alle mie siringhe ed al mio coltello. Giro la testa e guardo intorno. Dove sono? Con chi sono? Cosa sto facendo? Cosa ho fatto fino adesso? Trovo quello che sto cercando. Ma il tempo sembra fermarsi. Ad un certo punto non ho più fretta. È come se mi guardassi dall’esterno. Sono sdraiato con il naso appiccicato ad un cesso puzzolente, schiavo di un qualcosa che decide per me da anni, incapace di fare altro. È stato allora. È stato in quel momento che ho capito. L’ultima decisione, quella definitiva, spettava a me. Dovevo scegliere. Semplicemente. IO. Né la droga, né Dio, né nessun altro. Solo io. Scegliere. Vivere o morire. Ho preso una decisione. La più importante, la più difficile e la più semplice della mia vita. Ho scelto di vivere. E ho scelto mio fratello per aiutarmi a farlo. Con lui non parlavo più da anni. Da quando un lontano giorno venne a cercarmi in un posto in cui non sarebbe dovuto venire e vide ciò che non avrebbe mai dovuto vedere. Vide l’immagine peggiore di me: il suo fratellone, il suo eroe, il suo mito, con un ago nel braccio che si iniettava droga, seduto su un lurido divano di una casa che sembrava un inferno. Mi sentii così umiliato da cacciarlo via malamente. Me lo ricordo ancora e mi fa un male terribile ripensare a quel momento: gli avevo urlato addosso di tutto e lo avevo spinto fuori dalla stanza, sbattendogli la porta in faccia. Non se ne era andato. Era rimasto seduto sul portone di ingresso, in attesa che io uscissi. Piangeva. Soffriva. Io lo guardavo dalla finestra, ma non andai da lui. Rimasi lì. Pietrificato. Con il cuore in un milione di piccoli pezzi. Nonostante questo, nonostante tutto mio fratello rispose alla mia chiamata. E mi ha dato l’aiuto che cercavo. San Patrignano. È stato lui a parlarmi della Comunità. Il traghetto sta per attraccare. Dopo una notte passata a contare le ore ed i minuti che mi separavano da casa, finalmente sono arrivato. Vado sul ponte, sperando che il vento freddo del primo mattino possa calmare il mio cuore che va a mille. Non ci riesce. Fa freddissimo, ma Spalato è illuminata dalla luce del sole, pronta ad accogliere me e la mia nuova vita. Sono passati quattro anni. Mentre scendo dalla scaletta mi tremano le gambe. Penso a mia figlia. Tra poco la rivedrò, la stringerò e sentirò il suo odore ed ascolterò il suono delle sue risate. Provo qualcosa di bellissimo. Forse sono felice? Forse. Vedo mio fratello. Gli vado incontro. Sorride. Anch’io sorrido. Ci abbracciamo. Stiamo abbracciati ed in silenzio per non so quanto tempo. Ancora non riesco a parlare. Ma è normale. Credo. Mi fermo un attimo. Un respiro profondo. Ok, sono pronto. Sì, lo sono.
Marc
 
Tratto da “SanpaNews”. Scopri come riceverlo.